venerdì 16 ottobre 2015

La casa parrocchiale di Cargeghe, foto-inchiesta



di Giuseppe Ruiu


La casa parrocchiale di Cargeghe ha sempre attratto la curiosità di molti, forse per quell’alone di mistero che vi aleggia: c’è chi giura sulla presenza di arcaici tunnel voltati a botte celati nei suoi sotterranei, chi invece asserisce essere stato suo antico proprietario il famigerato Duca dell’Asinara, tra i più insigni e temuti feudatari di Sardegna. Niente di più è lecito sapere, nessuno studio specifico vi è stato mai condotto che si sappia.

Entrarvi significa compiere un viaggio a ritroso nel tempo e, solo per un attimo, sorvolando sulle ingiurie apportate dalla negligenza umana e dallo scorrere lento dei secoli in questo lembo di Logudoro, è possibile immaginare gli ambienti nel loro stato di grazia durante l’Età dei lumi. Ecco, d'improvviso pare quasi di scorgere una dama incedere con grazia, in un frusciare di sete, lungo gli anditi polverosi mentre al suo fianco, seguito dai lacchè, un nobile dell’Ancien régime dal volto austero le porge il braccio con garbo.

Chissà quali sfarzosi ricevimenti sotto le volte decorate dei saloni, quali riti e cerimonie settecentesche si celebrarono al riparo delle laccate porte di quercia… Oppure fu solo una rustica residenza di periferia abbellita per sostenere il rango del proprietario e rendergli più comode le battute di caccia nella zona?

Probabilmente non si saprà mai, quel che è certo è che oggi questa vetusta palazzina, di proprietà della curia di Sassari, versa in uno stato di forte degrado. Le pitture murarie, e gli stucchi, presenti al suo interno, già in parte deteriorati, rischiano di venire definitivamente compromesse.

La mancata salvaguardia e recupero della nostra cultura materiale non può essere giustificata dalla cronica mancanza di risorse finanziarie, e il senso civico ci impone ogni sforzo teso al recupero dall’oblio di questo edificio storico di sicuro pregio artistico che, senza dubbio, potrebbe raccontare di se parecchio se solo si avesse quella sensibilità che consente di percepire la sua silente richiesta di aiuto.

La sua probabile prima menzione, individuata dallo scrivente nei Quinque libri di Cargeghe, risale all'anno 1632, dove in un legato del testatore Juanne Anguelu de Serra Manca, vengono descritte le sue proprietà tra cui: «[...] su istallu sou de pianu de queya (q[ue] constat de 19 aposentos ey su palateddu». 
La sua casa nel piano della chiesa che consta di 19 stanze e il palazzetto... e in effetti la casa parrocchiale consta di un numero di stanze molto vicino a quello indicato in questo documento, con il palazzetto ormai non più esistente, ma visibile in foto d'epoca degli anni '50 del XX secolo.

Un'Altra fonte più antica, dell'anno 1570 menziona altro edificio a più piani quale: su palatu de mastru Pedru de Fiumen, e, sempre all'interno del villaggio, si descrive la presenza di un non meglio specificato monastero: su muristere, ma si ignora la sua esatta ubicazione ne tanto meno si conosce l'ordine monastico a cui appartenne poiché tutte le altre fonti storiche tacciono della presenza nel paese di un tale edificio sacro.

Non è possibile mettere precisamente in relazione queste strutture con l'attuale casa parrocchiale, anche se la medesima in un lontano passato avrebbe potuto costituire un unico complesso con l'adiacente chiesa parrocchiale, come ben descritto in una anonima nota dell'Archivio parrocchiale sempre della seconda metà del XX secolo:

«Accanto alla chiesa parrocchiale sorge il complesso, perché tale va definito, dell'attuale casa parrocchiale, antico palazzetto del Duca dell'Asinara.
È formata da un ampio corpo diviso a stanze e da un androne, ora trasformato in stanza d'ingresso, ma un tempo certamente androne carraio, dal quale si accedeva ad una torretta della quale restano solo alcuni ruderi, e che probabilmente ospitava un granaio ed un forno (ancora visibile).
Dietro la casa si estende un giardino fino a qualche decennio fa strutturato “all'italiana” e nel quale sono visibili resti cimiteriali, come d'altronde nei terreni adiacenti alla piazza della chiesa.
All'interno la casa rivela decorazioni accurate ed, alcune, di buona fattura e raffinatezza (specie nelle volte), con vari motivi a grottesche, paesaggi o motivi floreali. Le porte interne conservano, sotto la vernice, i colori e le decorazioni originali.»

La casa parrocchiale vista dalla via Roma 

Il complesso con la chiesa parrocchiale sullo sfondo 

Ciò che rimane delle strutture del palazzetto 
  
Vista delle strutture dal retrostante cortile parrocchiale 

Vista sempre dal cortile parrocchiale 

 Puntellamento dell'ingresso dal cortile

Ambienti interni 

 Ambienti interni, stanza decorata

 Ambienti interni, con porta d'epoca


 Ambienti interni che affacciano sulla via Brigata Sassari

Volte decorate 

 Volte decorate

Pittura muraria: visione immaginifica di
Venezia nell '800. 

Pittura muraria: paesaggio con castello e cascate,
e soprastante emblema dei duchi Manca

 Pittura muraria: paesaggio lacustre

Stucchi 

Stucchi con putti  

 Stucchi

 Altre decorazioni si intravedono
sotto lo strato di vernice

Le stalle 

Stalle: arco tamponato 

Stalle: porta murata che dà accesso ad
altri ambienti sotterranei

giovedì 17 settembre 2015

L'agglomerato urbano di Cargeghe tra la metà del 1500 e gli inizi del 1600




di Giuseppe Ruiu




Attraverso le fonti d'archivio è possibile delineare, con un certo grado di approssimazione, l'agglomerato urbano di Cargeghe tra la metà del 1500 e gli inizi del 1600.

Tale lasso di tempo fu urbanisticamente importante per il paese poiché dal suo probabile nucleo medievale, compreso tra le odierne vie Roma, Cesare Battisti e Vittorio Emanuele, anticamente denominato: Mesu idda, esso si sviluppò nella metà del 1500 verso la chiesa parrocchiale dei Santi martiri Quirico e Giulitta, e verso la prima metà del 1600 verso l'oratorio di Santa Croce, strutture edificate in tali epoche. Queste nuove addizioni furono probabilmente i più antichi sviluppi urbanistici della Cargeghe medievale, rappresentate dagli unici edifici religiosi - posti in posizione speculare alle opposte periferie del paese – ubicati all'interno dell'odierno centro abitato.

Immagine satellitare tratta da Google
Maps con evidenziata la sezione forse
più antica dell'abitato di Cargeghe.

 Pur ignorando la genesi del villaggio, le indagini archeologiche condotte nel 1988 dalla dottoressa Giuseppina Manca di Mores (Aspetti topografici del territorio di Cargeghe in età romana) indicano in località Santu Pedru e Sant'Episcopio (in realtà trattasi del sito di San Procopio dove si trovava una chiesa oggi non più esistente) territori comunali a valle dell'attuale abitato, l'esistenza di un insediamento di lunga durata fra il II sec. a.C. e il VII d.C. posto intorno alla chiesa romanica di San Pietro, oggi anch'essa non più esistente ma menzionata nel "Condaghe di San Pietro di Silki", e dal canonico Giovanni Spano nel XIX secolo. Una certa tradizione popolare vuole proprio che n tale sito fosse ubicata l'originaria Carieke. Sempre la medesima tradizione, indica lo spostamento di sede del villaggio verso la metà del 1300 nell'odierno sito collinare che sovrasta la piana sottostante di Campo Mela dove passava la medievale bia Turresa la: a Turris Karalis di epoca romana.

In virtù di ciò è possibile congetturare sulla ragione del cambiamento di sede dettata da ragioni sanitarie - la metà del XIV secolo vide il propagarsi nel continente europeo e in Sardegna dell'epidemia di peste nera che rase al suolo intere comunità - e di insalubrità del sito soggetto a periodici allagamenti, ma soprattutto da motivazioni difensive e di controllo del territorio circostante, dato che in tale turbolenta epoca l'isola venne funestata da uno stato di guerra permanente tra numerose forze in campo fra cui i primi feudatari del paese: la famiglia dei marchesi Malaspina, il Regno di Sardegna catalano-aragonese, l'altra famiglia di origine ligure dei Doria e l'autoctono Giudicato d'Arborea, a seconda delle circostanze in pace o in conflitto tra essi. Seppur oggi meno evidente, il paese è ubicato in una posizione dalla quale la vista spazia sulla piana sottostante e dalla quale il paese è raggiungibile superando un non indifferente dislivello; ubicazione che induce a considerare anche motivazioni di natura difensiva relativamente alla scelta del nuovo sito da parte dei suoi abitanti.

Tutti i vari contingenti di armati irrompevano infatti nell'alto Logudoro attraverso la valle lungo l'arteria principale e dunque ben visibili dal nuovo sito che consentiva ai suoi abitanti di approntare le difese necessarie o mettersi in salvo per tempo. Nemmeno è possibile escludere che il villaggio fosse costituito "a grappolo", ossia da modesti insediamenti umani posti a breve distanza sul territorio in prossimità di un fulcro comunitario costituito da un edificio di culto.

Il nuovo nucleo medievale, costituito da case a corte o corte comune, non aveva, per quanto è possibile conoscere, un edificio religioso di riferimento, ma probabilmente i riti sacri venivano officiati ancora nella già menzionata parrocchiale di San Pietro. Questo andò avanti probabilmente fino alla metà del XVI secolo poiché nel corso delle prime visite pastorali dell'arcivescovo turritano Salvatore Alepus nella sua diocesi - negli anni 1553 e 1555 - egli non visitò Cargeghe nonostante avesse ispezionato quasi tutti i centri vicini: Ossi, Florinas, Codrongianos, Ploaghe e Osilo. Ciò potrebbe lasciare intendere che la nuova parrocchiale non era ancora stata edificata o magari ancora in fase costruttiva, dato che i registri parrocchiali della chiesa principiano nell'anno 1569 (e dunque è lecito congetturare che l'edificio, almeno nel suo corpo principale, sia stato edificato posteriormente al 1555 ed entro il 1569, proprio al tempo dell'Alepus). Il primo arcivescovo a compiere una visita pastorale a Cargeghe fu Alfonso De Lorca (Delarca) il 23 aprile del 1598.

La larga via che conduce alla chiesa, con le sue case a schiera a corte retrostante (forse dimore gentilizie abitate dalla nobiltà campagnola cargeghese che si divideva le principali mansioni di rappresentanza feudale: majore, scrivano e obriere), risulta alquanto differente dal punto di vista urbanistico rispetto all'assetto abitativo del nucleo matrice, in un certo qual modo appare più monumentale nella sua ascesa verso il principale edificio di culto. In tutto ciò forse ebbe un ruolo di impulso, se non di committenza, il feudatario del paese, il barone di Ploaghe che all'epoca fu don Gerolamo Folch de Cardona y de Castelvì (discendente dall'antica famiglia magnatizia sassarese dei Montanyans, poi Montanyans y Castelvì, primi baroni del feudo ploaghese entro il quale ricadeva Cargeghe) e la sua consorte donna Elena de Alagon. Numerose sono le testimonianze storiche che evidenziano l'impulso a nuove iniziative edilizie dato dalle gerarchie civili e religiose nel cinquecento, non solo nelle città ma anche nei piccoli centri, avvalendosi di una nutrita ed esperta schiera di lavoratori del settore edile riuniti in corporazioni e gremi.

Immagine satellitare tratta da Google 
Maps con evidenziata la prima espansione 
urbanistica cinquecentesca verso la chiesa
parrocchiale.

Le prime menzioni della parrocchiale cargeghese (sorte forse su un preesitente edificio?) con le sue originarie cappelle tardogotiche sul lato destro della navata, sono del 1569. delle cappelle del transetto rimane invece una consunta iscrizione all'interno della chiesa che rimanda alla loro edificazione nell'anno 1588, avvalorata da una citazione in un legato testamentario presente nei Quinque libri sulla loro elevazione nell'aprile dello stesso anno. In tali cappelle si denota il nuovo stile rinascimentale che si discosta dal tardogotico originario, sintomo questo che le maestranze di picapedrers sassaresi iniziavano ad assimilare gli stilemi portati nell'isola dai gesuiti, insediatisi nella vicina Sassari pochi anni prima. A riprova di quanto asserito, nella cappella a cornu evangelii è collocata una gemma-chiave di volta con il trigramma IHS emblema della Compagnia di Gesù. 

Nei pressi della chiesa, forse sul lato destro dell'ingresso, era presente una tomba dei giganti di epoca nuragica, così come ci viene descritta dal canonico Giovanni Spano nel 1873: "Pietre coniche fisse al suolo in forma di sepoltura di gigante". Tutto intorno alla chiesa era ubicato il cimitero di Santu Chirigu, di frequente citato dalle fonti parrocchiali, il cui portale d'ingresso e la parte alta del paese: "la plaça de la paroquial iglesia" sono ben descritte in un legato del 1739, anche se qui non si intente l'attuale piazza della chiesa ma probabilmente la parte finale dell'attuale via Roma da cui una porta prossima al campanile, il vecchio ingresso, dava accesso alla chiesa. Tutti i ritrovamenti di ossa umane in questa area del paese dovrebbero essere inerenti a tale cimitero che raccolse gran parte dei deceduti, circa 300 individui, dell'epidemia di peste che falcidiò il paese nell'estate del 1652. Tale sito già in epoche più remote dovette essere luogo di sepoltura data anche la presenza di una necropoli in ziro (tombe in giara) descritta sempre dal canonico Spano il quale, per le sue ricerche archeologiche in zona, si avvaleva della collaborazione del rettore di Cargeghe dell'epoca, il teologo osilese Filippo Felice Serra, storico appassionato e proprietario di una cospicua collezione numismatica. 

In tale area, come già accennato, è lecito presumere si concentrassero gli edifici dell'autorità civile e religiosa. Nel sito di Sa Piedade ad esempio, sede del vecchio edificio comunale - in epoca fascista anche prigione: Su tzippu - ma più anticamente tra settecento e ottocento, sorto quale luogo di ammasso del grano, il primo Monte di Pietà (Monte de piedade in lingua sarda). Sappiamo da una cronaca redatta dal rettore Pietro Pilo nel 1893 (nella quale s favoleggia di una immaginifica Tresnuraghes di Cargeghe) che in tale sito sorgesse un nuraghe, all'epoca ancora visibile, ed altro non molto discosto da esso, i cui pochi resti sono ancora oggi osservabili e costituiti da alcuni grossi blocchi in pietra calcarea inseriti in un vicino muro al lato della via Roma. 

Una fonte del 1632, descrive un'abitazione: “su istallu de pianu de quexia” composta da ben diciannove stanze e un palazzetto: su palateddu, che dovrebbe riferirsi all'attuale casa parrocchiale, ex dimora nobiliare (casa-torre?) contiguo alla parrocchia. Ancora oggi risulta essere l'edificio più grande del paese, e lascerebbe pensare a una sua originaria funzione di rappresentanza feudale... sovente gli edifici di rappresentanza civile e religiosa - i due poteri - erano contigui. Un'altra fonte del 1570 menziona all'interno del villaggio la presenza di un non meglio specificato monastero: su muristere, ma si ignora la sua esatta ubicazione ne tanto meno si conosce l'ordine monastico a cui appartenne poiché tutte le altre fonti storiche tacciono della presenza nel paese di un simile edificio. La stessa fonte cita anche rare abitazioni a più piani (storicamente la casa sarda tradizionale nei piccoli centri era costituita da un solo piano) come: su palatu de mastru Pedru de Fiumen (lo scrivano del paese dell'epoca) e un forno: su furrague.

L'Oratorio di Santa Croce, con il suo annesso cimitero, è di circa un secolo posteriore rispetto alla parrocchiale se prendiamo per buona la datazione del 1630 incisa in una parete all'interno di esso, anche se: S'Obera de Santa Rugue è citata nei registri parrocchiali già dall'anno 1584, così come i confratelli: sos frades de sa regula. Mentre la prima menzione dell'oratorio vero e proprio è dell'anno 1672. Esso probabilmente sorse su impulso della nascente confraternita di Santa Croce, forse ancora priva di una sede appropriata. L'area su cui sorse e in cui si espanse il paese nel XVII° secolo, era denominata come: Su quirriu de Santa Rugue, e ancora oltre un secolo dopo era considerata periferia occidentale del paese, dal quale un sentiero conduceva al vicino villaggio di Muros.

Immagine satellitare tratta da Google 
Maps con evidenziata l'espansione 
urbanistica seicentesca verso
 l'oratorio di Santa Croce.

Il più antico accesso al paese dovette essere quello che saliva dalla piana sottostante di Sa serra, (toponimo da intendersi forse come “strada principale”) passante per il sentiero denominato: Su chercu mannu, e arrivava in prossimità della fonte principale del paese (la seicentesca Funtana de Runache), un tempo collegata direttamente al paese da uno slargo in forte pendio... sempre che questa, come ipotizzato in altro lavoro, fosse la sua collocazione originaria. La medesima strada (con tutta probabilità un diverticulum della, già menzionata, a Turre Karalis) che conduceva verso il paese biforcava verso l'antica chiesa di Santa Maria de Contra: la Sancta Mariae in Contra delle fonti storiche (e da questa un altro sentiero ancora in parte esistente conduceva a quelle di San Pietro e di San Procopio) nei cui pressi era ubicato il piccolo villaggio (o romitorio) di Contra, estintosi precocemente, e mai storicamente indagato.

 Immagine satellitare tratta da Google 
Maps con evidenziati i due edifici 
religiosi del paese posti sul 
medesimo asse.

Molti sentieri, definiti caminos publicos, o pitiracas, circondavano Cargeghe. Alcuni di essi, di antichissima origine, salivano sempre dall'arteria principale verso le colline interne rendendo più agevole il passaggio di pedoni, carri e animali. Tra essi quello denominato di sos Baiolos che conduceva alla periferia del vicino centro di Ossi, così come un sentiero conduceva verso Florinas: su caminu ezzu Fiolinesu, ed altri: «caminos publicos que falan dae sa idda de Cargegue a Sanctu Pedru», come descritto da una fonte seicentesca.

P.S. Per questo lavoro sono stati una preziosa fonte di ispirazione gli studi dell'architetto Marco Cadinu, docente presso l'Università di Cagliari, reperibili al seguente indirizzo:
unica.academia.edu/MarcoCadinu



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mercoledì 2 settembre 2015

Piccola cronaca giudiziaria cargeghese

Estratta dal quotidiano «La Nuova Sardegna», anni 1892 – 1921


a cura di Giuseppe Ruiu





15 ottobre 1892

al Tribunale Penale

Nell’udienza d’oggi, rappresentando il P.M. l’avv. Bertea, furono giudicati le seguenti cause:
-Pilichi Antonio Maria di Codrongianos e Serra Antonio da Cargeghe, appellanti dalla sentenza del pretore di Ploaghe 4 maggio 1892, che li condannò a 16 giorni di reclusione e Lire 55 di multa per oltraggio, a danno di Ruiu Francesco assessore comunale di Cargeghe; fu dichiarato non farsi luogo a procedere; difensori avv. Tanda e Mossa; parte civile avv. Stara Andrea.

25 gennaio 1894

Solinas Giovanni di Cargeghe: imputato di favoreggiamento condannato in contumacia a cinque anni di reclusione.

13 febbraio 1894

Cherchi Gavino Maria, contumace, di Cargeghe; imputato di appropriazione indebita qualificata. Condannato in contumacia ad un anno e 5 giorni di reclusione, condonati per l’amnistia. Difensore Soro Pirino.

21 aprile 1894

Corte d’Assise

Il dibattimento contro Giovanni Antonio Serra di Cargeghe cominciato il giorno 12 corrente, volge al suo termine.
Oggi la corte ha ordinato l’arresto di tre testimoni a difesa: Antonio Cuccuru, contadino di Bortigali, domiciliato a Cargeghe, Domenico Satta, calzolaio di Ploaghe e Gavino Cherchi, contadino, di Cargeghe, ritenendo false le loro disposizioni; il giudice Pietro Piredda è stato incaricato dell’istruzione del relativo processo.

7 ottobre 1894

Tribunale penale di Sassari

Fazzi Paolo fu Antonio di Cargeghe e Mozzo Pietro fu Giuseppe di Ozieri.
Appello da sentenza del pretore di Sorso. Imputati di lesioni personali reciproche. Confermata. Difensori Dessena e Sole.

1 febbraio 1895

Tribunale penale di Sassari

Carta Giuliano fu Giovanni di Cargeghe:
imputato di falso giuramento. Condannato d cinque mesi di reclusione, L.83 di multa e sei mesi di interdizione dai pubblici uffici.

30 settembre 1895

Tribunale penale di Sassari
udienza del 28

Dettori Quirico fu Maurizio, da Cargeghe; imputato di appropriazione indebita di quattro pecore. Non luogo per inesistenza di reato. Difensore Mossa.

6 ottobre 1895

Tribunale penale di Sassari

Manunta Antonio fu Giuseppe, di Cargeghe: imputato di coltivazione abusiva di tabacco. Rimandato a tempo indeterminato.

Demelas Matteo di Nicolò e Sanna Giovanni Antonio di Matteo, di Cargeghe: imputato di coltivazione abusiva di tabacco. Rimandato a tempo indeterminato.

30 ottobre 1895

Tribunale penale di Sassari

Pirastru Gavino fu Giovanni, di Cargeghe; imputato di minacce con armi. Condannato a dodici giorni di detenzione. Difensore Dessena.

5 dicembre 1895

Tribunale penale di Sassari
Udienza del 2

Marras Salvatore fu Gio Battista, da Cargeghe; imputato di lesioni personali per imprudenza e contravvenendo all’art.482 del Codice Penale. Condannato a 2 mesi di detenzione e lire dieci di ammenda. Difensore Berlinguer.

10 gennaio 1896

Tribunale penale di Sassari

Dettori Paddeu Quirico fu Maurizio, di Cargeghe; imputato di calunnia. Assolto per non provata reità. Difensore Carboni.

10 aprile 1896

Corte d’assise di Sassari

Ieri  è cominciata la terza quindicina con la causa contro Porcu Giovanni fu Stefano, d’anni 40, contadino, nato a Thiesi e domiciliato a Cargeghe, accusato d’avere il 23 agosto 1895 in territorio di Cargeghe ucciso Ruiu Antonio Maria, ferendolo con una roncola. Il Porcu ammette il fatto ma pretende d’avere colpito per legittima difesa e senza intenzione d’uccidere.

10 aprile 1896

Corte d’assise di Sassari

E’ terminata la causa contro Porcu Giovanni di Thiesi, domiciliato a Cargeghe, accusato dell’omicidio volontario di Ruiu Antonio Maria. I giurati hanno escluso la legittima difesa, ammettendo invece l’eccesso di difesa, senza l’intenzione di uccidere e con attenuanti.
In base al verdetto la corte ha condannato il Porcu ad anni sei e mesi otto di reclusione, danni e spese.

31 agosto 1896

Tribunale penale di Sassari

Derudas Antonio e Sanna Matteo di Cargeghe.
Assolti per non provata reità.

9 dicembre 1896

Tribunale penale di Sassari

Pinna Gio. Battista fu Paolo, di Cargeghe. Appello da Ploaghe. Amnistiato.

16 dicembre 1897

Tribunale penale di Sassari

Bazzoni Antonio e Ruiu Francesco, di Cargeghe. Confermata la sentenza di Ploaghe.

7 aprile 1898

Tribunale penale di Sassari

Cherchi Giovanna Maria, di Cargeghe; tentato lenocinio. Condannata a mesi tre di reclusione e L.100 di multa.

26 aprile 1898

Tribunale penale di Sassari

Fele Giovanni Antonio, Pani Giovanna, da Cargeghe; imputati di furto qualificato.
Condanna il Fele alla reclusione per mesi sei; assolta la Pani per non provata reità.

8 novembre 1898

Tribunale penale di Sassari

Pinna Marianna di Cargeghe; imputata di ingiurie; appello da Ploaghe. Confermata.

7 febbraio 1899

Tribunale penale di Sassari

Nieddu Antonio e Nieddu Quirico, da Cargeghe; appello da Ploaghe per danneggiamenti. Confermata.         

8 febbraio 1899

Tribunale penale di Sassari

Spanu Giovannico, da Cargeghe; appello dalla sentenza del pretore. Non luogo a procedere contro l’appellante.

26 marzo 1899

Tribunale penale di Sassari

Spanu Giovanni, da Cargeghe: appello da Ploaghe. Confermato.

11 maggio 1899

Tribunale penale di Sassari

Poddine Giovanni Antonio, da Cargeghe. Assolto per non provata reità.

30 novembre 1899

Tribunale penale di Sassari

Pulina Angelo da Sorso, Serra Baingio da Cargeghe; imputati di furto qualificato e tentato. Condanna il Pulina alla reclusione per anni 3 e mesi 9.

12-13 novembre 1907

Tribunale penale di Sassari

Sanna Maria Raimonda e Cherchi Maria Giuseppa ambe da Cargeghe; lesioni reciproche. Condanna la Sanna a mesi due di detenzione e la Cherchi a giorni 10 di reclusione applicando loro la legge del perdono.

25-26 novembre 1907

Tribunale penale di Sassari

Billi Stefano, da Cargeghe; furto qualificato. Condannato a mesi tre e giorni 28 di reclusione, con la legge del perdono.

9-10 gennaio 1907

Tribunale penale di Sassari

Soletta Gio. Antonio, da Cargeghe; appello per lesioni personali. Rinviato a tempo indeterminato.

13-14 aprile 1908

Conciliatore e Vice Conciliatore

Sono nominati vice conciliatori: Fancellu Giovanni, Cargeghe, […].

6-7 giugno 1911

Tribunale penale di Sassari

Nieddu Chiara Maria, da Cargeghe; furto qualificato. Condannata a mesi cinque di reclusione; sospesa per 5 anni.

8-9 novembre 1911

Sciola Giuseppe, da Cargeghe; renitente alla leva. Non farsi luogo per amnistia.

27-28 gennaio 1912

Tribunale penale di Sassari

Biosa Luigi, Biosa Giovanni Maria, da Cargeghe; lesioni personali colpose; il Biosa Giommaria inoltre di contravvenzione all’articolo 466 del Codice Penale.
Condanna il Biosa Luigi a L.125 di multa ed il Biosa Giovanni Maria, alla multa di lire 250 e lire 10 di ammenda. Sospende l’esecuzione per 5 anni.

16-17 marzo 1913

Ecco il ruolo delle cause da trattarsi dalla corte d’assise di Sassari presieduta dal cav. Marcialis nella quindicina che avrà principio il 21 marzo corrente:
2, 3, 4, 5 e 7 aprile: Arras Maria Giuseppa, da Cargeghe; accusata di duplice mancato omicidio in persona del marito e duplice contravvenzione al porto di arma.

24-25 aprile 1915

Tribunale penale di Sassari

Tolu Giovanni, da Cargeghe; appello da Ploaghe per frode in commercio e contravvenzione metrica. Assolto per inesistenza del reato di frode, e per amnistia nei riguardi della contravvenzione.

26-27 aprile 1915

Tribunale penale di Sassari

Cuccuru Salvatore, da Cargeghe; appello da Ploaghe per deviazione delle acque.
Assolto per mancanza di querela, trattandosi di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

28-29 gennaio 1916

Tribunale penale di Sassari

Tanca Pietro, da Cargeghe; appello. Confermata.

25-26 novembre 1917

Tribunale penale di Sassari

Carboni Lucia da Cargeghe; appello da Ploaghe per diffamazione. Ritenuta responsabile di ingiuria e condannata a lire 50 di multa.

4-5 ottobre 1921

Tribunale penale di Sassari

Ugone Alessandro da Cargeghe. Appello da sentenza del pretore di Ploaghe. Assolto perché il fatto non costituisce reato.

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giovedì 13 agosto 2015

Cargeghe: com'era e com'è


Vedute del paese dalla medesima prospettiva, negli anni '50 del secolo scorso e nel 2015.
Comparando le due istantanee è interessante osservare le modifiche e lo sviluppo del suo agglomerato urbano nel corso degli ultimi sessant'anni.  

Giuseppe Ruiu



Cargeghe ieri e oggi

(per passare dalla foto del passato a quella di oggi cliccare sulla barra
al centro delle singole foto e spostarsi con il mouse a destra o a sinistra)



Cargeghe negli anni '50 del XX° secolo



Cargeghe nel 2015 (foto Giuseppe Ruiu)


comparazione
                                              



venerdì 22 maggio 2015

Contatti Blog

Lo so non sono belle le autocelebrazioni, ma per una volta voglio porre in evidenza questo piccolo Blog che si occupa di storia locale.
Quella piccola storia che sempre è posta ai margini della considerazione storiografia, ma che non è meno degna dei grandi eventi storici poiché coadiuva la loro comprensione.

Il Blog in un mese ha beneficiato di 552 visualizzazioni di pagine e in totale da quando è operativo: 9.534.

Un bel riconoscimento - la storia non è disciplina amata da tutti - per me che con dedizione e passione lo porto avanti dedicandogli ore di lavoro di ricerca, trascrizione e traduzione con il solo fine della divulgazione e del mio personale divertimento.



Vi ringrazio!! 
Giuseppe Ruiu


San Procopio di Cargeghe, ipotesi sull'ubicazione della chiesa rurale


di Giuseppe Ruiu



Nella memoria tradizionale cargeghese non rimane il benché minimo ricordo della chiesa rurale di San Procopio poiché con molta probabilità fu già ridotta allo stato di rudere verso la metà del XVIII secolo. 
Le uniche notizie relative a tale edificio sacro sono quelle contenute nei registri parrocchiali tra la fine del XVI secolo e la prima metà del secolo successivo.

Nel legato di Magdalena de Fiumen del 4 novembre 1591, la chiesa viene menzionata per la prima volta: 
“Ittem queret que su mesu desa tribuna de Stu Procopiu siat fata subra su sou.” Item vuole che la metà della tribuna di San Procopio sia fatta sopra il suo. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 122/69)

Tale documento ci comunica l'interessante notizia che alla chiesa stava per essere aggiunta una tribuna. Il termine tribuna in ambito ecclesiastico significa l'ambone, il pulpito che serve per la lettura dei testi sacri, per le prediche, e qualche volta per il canto. Con “tribuna” si indica anche il coro o presbiterio delle antiche basiliche, cioè lo spazio dietro l'altare maggiore, generalmente absidato e spesso sopraelevato. 

In altra registrazione di pochi anni posteriore si apprende che la chiesa necessitava di lavori (di ampliamento?) - faguere fabricu - e si dava disposizione che si pagasse la giornata di un maestro muratore.

Legato di Brancaziu Mula del 19 settembre 1595:
“Asa ecclesia de Santu Precopiu ecclesia rorale de ditta villa cando li faguere fabricu una jornada de unu mastru et (medrigadu?) overu (?) degue soddos.” Alla chiesa di San Procopio chiesa rurale di questa villa quando faranno lavori una giornata di un maestro e (medrigadu?) ovvero (?) dieci soldi. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 43d).

Probabilmente i lavori di ristrutturazione non erano ancora conclusi se solo un anno dopo Ambrosu Solinas lasciò 10 soldi e altri fondi per incalcinare l'edificio.

Legato di Ambrosu Solinas, 11 luglio 1596:
“(...) et a Santu Procopiu 10 soddos (...). Ittem lassat qui subra sos benes suos siat inquarquinada sa ecclesia de Santu Procopiu (?).” E a san Procopio 10 soldi (...). Item lascia che sopra i suoi beni sia incalcinata la chiesa di San Procopio. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 71/24/3).

In una registrazione del XVII secolo ritroviamo una sua menzione inerente il lascito di terreni forse confinanti a quelli dell'Opera della chiesa.

Legato di Priamu Pinna, 18 marzo 1624:
“Ittem testamos, lassamos, querimos et cumandamos (?) et sanima nostra apusti seguida sa morte de ambos de noi atteros a sobera de Santu Procopiu ecclesia rurale de sa presente villa totu cuddas terras nostras qui tenimos et possedimos in territorios de sa presente villa in su logu naradu valle pedrosa, ditas terras querimos qui semper et quando las quergia (umpire?) sos oberajos acontu et profetu dita obera qui las (umpan?) a sa bonora et (?) si non la querrenen (umpire?) querimos qui ditas terras si vendan a su (?) resulta de ditas terras si carriguen a sensale in logu seguru, et desa pensione si pagat a reparare dogni anu sa predita ecclesia (?) esser custa sa ultima voluntade nostra (qui?) querimos.”
Item testiamo, lasciamo, vogliamo e comandiamo (?) e l'anima nostra dopo seguita la morte di entrambi noi altri all'opera di San Procopio chiesa rurale della presente villa tutte quelle terre nostre che teniamo e possediamo nei territori della presente villa nel luogo detto Valle pedrosa(1), dette terre vogliamo che sempre e quando le voglia (?) gli operai a conto e profitto di detta opera che le (?) alla buonora e (?) se non le vogliono (?) vogliamo che dette terre si vendano al (?) risulta di dette terre si carichino a sensale in luogo sicuro, e della pensione si paghi per riparare ogni anno la predetta chiesa (?) essere questa l'ultima nostra volontà che vogliamo. (Quinque libri, registro dei battesimi n. 1, foglio 80b/32b).

Non vengono riscontrate ulteriori registrazioni posteriori che menzionano la chiesa, e ciò lascerebbe presumere che si avviò un processo di degrado delle strutture e rimozione dalla memoria collettiva.

Nel libro di amministrazione della parrocchia SS MM Quirico e Giulitta della seconda metà del XVIII secolo si menziona il sito di Santu Precòpiu o Procòpiu, indicando la sua ubicazione nella Vidassoni de Campu de Mela, un'area posta nella piana a valle del paese, confinante con altro sito denominato Coa de Molino.
In virtù di tali "coordinate" è stato possibile individuare l'odierna area corrispondente all'agiotoponimo settecentesco oggi caduto in disuso. In tale luogo era probabilmente ubicato l'edificio di culto, forse all'epoca, come accennato, già in stato di rudere. L'area da sempre è sottoposta a lavori agricoli e dunque in situ non si rilevano tracce di un antico edificio. 


Il sito su Google Street View

La medesima area venne archeologicamente investigata dalle dott.sse Giuseppina Manca di Mores e Tiziana Bruschi alla fine degli anni '90 del secolo scorso. Tale sito però nello studio pubblicato alla fine dei lavori(2) venne indicato con il toponimo di S. Episcopio (al momento si ignora da dove sia stato attinto) e non con quello corretto di Santu Procòpiu. Anch'esso, insieme al sito di Santu Pedru - separati da una strada – fu probabilmente inerente al villaggio di Carieke, la Cargeghe medievale, nella cui area lo studio in questione ha evidenziato una vastissima area di frammenti ceramici che coprono un arco cronologico compreso almeno fra il II secolo a.C. e il VII d.C. da riferire ad un insediamento di lunga durata. Congetturando è ipotizzabile che le chiese di Santu Pedru e Santu Procòpiu appartenessero al medievale villaggio di Carieke, che in data imprecisata ma verso la metà del XIV secolo spostò la sua sede originaria nell'attuale sito. 

Sempre in tale area si trovano i ruderi di un antico mulino idraulico: “(...) L’opificio è presente presso la sponda destra del Rio di S. Pietro, con il quale risulta idraulicamente collegato tramite una corta derivazione. (…) Dell’edificio a pianta a L regolare rimangono le mura perimetrali, pressoché per tutta la loro elevazione, del prospetto retrostante, quelle laterali, nonché gran parte della spessa parete di divisione in due unità distinte. Manca il prospetto frontale. La struttura muraria della parte basale è in pietrame e conci sbozzati, di varia misura, di natura prevalentemente calcarenitica, disposti talora in maniera occasionale talora in corsi sub-orizzontali. Verso l’alto i conci sono di dimensioni e natura più omogenea e con disposizione più regolare. Il tetto, come si denota dal profilo delle murature, era a doppia falda per entrambe le unità.”(3)

Parte dei materiali utilizzati per l'edificazione del mulino ottocentesco potrebbero provenire dai ruderi della vicina chiesa? Solo una supposizione.

Il mulino idraulico ottocentesco



Labili tracce della chiesa “scomparsa” e del culto del martire si ritrovano in altre chiese del paese. All'interno dell'Oratorio di Santa Croce ad esempio, vi sono due porzioni di cornice con incisa una datazione e una iscrizione, presumibilmente seicentesche, ad oggi ancora inedite, che potrebbero essere ricondotte, almeno la seconda, alla chiesa in esame ed inseguito ricollocate quali elementi decorativi all'interno dell'Oratorio. La prima cornice posta nella parete destra, porta incisa la data del 1630, ma non è possibile comprendere se sia l'anno indicante l'edificazione dell'Oratorio, o un elemento importato e inglobato nella muratura.
La seconda cornice collocata nella parete opposta reca incisa invece una parziale iscrizione con segni di interpunzione, la quale recita:

· P · MAR · PORC · O ·

che potrebbe essere interpretata nella maniera seguente:

· P[RO?] · MAR[TYRIS] · PORC[OPIUS] · O[PUS] ·


Forse una iscrizione relativa ad importanti lavori eseguiti all'interno della chiesa rurale e che in seguito al suo decadimento vennero asportati parte dei materiali e ricollocati nell'Oratorio in data imprecisata. Il Porc[opius] dell'iscrizione potrebbe essere l'esito per metatesi di Procopius.

 L'iscrizione all'interno dell'Oratorio di S. Croce

"Anno 1630", sempre all'interno dell'Oratorio

All'interno della parrocchiale del paese, in una delle cappelle tardogotiche laterali, trovasi un dipinto del quale si possiedono rare notizie, forse eseguito alla fine del XVI secolo, c'è chi dice dalla bottega di Baccio Gorini, o da tal Marco Antonio Maderno pittore pavese presente in quell'epoca a Cargeghe, come già accennato in altro lavoro(4). L'opera “Madonna in trono e Santi” dove vengono ritratti tra le altre figure, due martiri dei quali quello sul lato destro del dipinto potrebbe ricondurre al martire Procopio poiché rappresentato con ai piedi elmo, scudo e spada e dunque effigiato come un martire guerriero del tutto simile alla iconografia conosciuta di san Procopio.

Dipinto Madonna in trono e Santi, fine XVI° sec. circa

San Procopio di Cesarea di Palestina nativo di Aelia (Gerusalemme) nato nel terzo secolo e morto l'8 luglio 303. È il primo cristiano deceduto per la sua fede in Palestina negli anni che seguirono il decreto di persecuzione di Diocleziano del 303.
Procopio fu condotto davanti al tribunale del governatore dove gli fu chiesto di sacrificare agli dei, ma si rifiutò, allora fu invitato a fare delle libagioni ai quattro imperatori, ma ancora una volta egli rispose, citando un motto di Omero «Non è bene che vi sia un governo di molti; uno sia il capo, uno il re». Fu una risposta poco gradita ai suoi giudici, che lo uccisero. Procopio si era stabilito a Scitopoli, dove espletava tre funzioni: lettore, interprete in lingua siriana ed esorcista. Fin dall'adolescenza si era votato alla castità e alla pratica delle virtù, con severi digiuni e dedito all'ascesi; se nelle scienze profane era di cultura mediocre, era invece la Parola di Dio il suo unico argomento di studio. A Scitopoli gli fu eretta una cappella nel vescovado; a Cesarea di Palestina, luogo del suo martirio, venne eretta in suo onore una chiesa. (Avvenire). Etimologia: Procopio = che promuove, dal greco. Emblema: Palma(5).

 San Procopio Martire



Per concludere, nella ex curatoria di Figulinas, della quale Cargeghe fece parte, vi fu un'altra chiesa dedicata al martire Procopio.
Le fonti storiche menzionano un edificio di culto appartenente all'ordine monastico dei Vallombrosani nel villaggio di Silode o Selodes(6) a tutt'oggi non ancora precisamente individuato ma che uno studioso della materia, il ben documentato prof. Giovanni Deriu, attribuisce ad una errata trascrizione di Bedas, villaggio estintosi definitivamente per la peste barocca del 1652, posto nei pressi delle antiche fonti di San Martino, oggi a confine tra i territori comunali di Cargeghe e Codrongianos.


Note

1 - Probabilmente lo stesso sito conosciuto oggi come Sa pedrosa.


3 – Tratto dalla ricerca on line: Mulini di Sardegna a cura di Giuseppe Piras.


5 - Tratto da "Santi e Beati" che fornisce un ulteriore approfondimento sulla figura del martire.

6 - Storia ecclesiastica di Sardegna dell'avvocato Pietro Martini, Vol. 3.

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Articolo presente anche su: chiesecampestri.blogspot.it