A cura di Giuseppe
Ruiu
Fedele trascrizione
di alcuni articoli apparsi sulle colonne del Corriere della Sera e
della Stampa, nell'ultimo ventennio del XIX secolo, sulla mitizzata figura del bandito-eroe popolare Giovanni Tolu di Florinas.
Ritratto di Giovanni Tolu eseguito a Sassari dal fotografo
Averardo Lori e tratto dal libro di Enrico Costa del 1897
LA STAMPA
Martedì 13
settembre 1882
LETTERE SARDE
Processo Tolu
Contrariamente a
quanto, per equivoco, vi scrissi in altra mia, il processo del famoso
ed ultimo bandito sardo, Giovanni Tolu, si farà davanti alle Assise
di Frosinone. Lunedì scorso il Tolu fu tradotto, da un drappello di
carabinieri, a bordo del piroscafo Adriatico che partiva per
Civitavecchia.
Testata della Gazzetta Piemontese del 1882
che in seguito cambiò il nome in La Stampa
Il disegnatore Giorgio Ansaldi (in arte Dalsani)
corredò il testo del Costa del 1897 con alcune
vignette ritraenti le vicende del Tolu
IL CORRIERE DELLA
SERA
Domenica 22 ottobre
1882
UN FAMOSO BANDITO
ALLE ASSISE
Alle Assise di
Frosinone è incominciato il processo di Giovanni Tolu, il famoso
bandito della Sardegna.
All'epoca del suo
arresto, i giornali parlarono a lungo di lui, era una cattura
importante per la giustizia.
La storia risale al
1850. Un giovino sui trent'anni, bello, robusto, fiero, amava
ardentemente una figlia dei campi in Florissa (Florinas - ndc) (Sardegna), e ne era teneramente riamato.
Prossimi a
congiungersi in matrimonio, passavano le ore lieti e contenti.
Tutto sorrideva ai
giovani fidanzati, quando le arti seduttrici di un prete, giunsero a
far vacillare nel cuore della fanciulla il sentimento puro e
gagliardo che nutriva pel suo innamorato.
Ella fu tratta dal
fascino irresistibile dell'amore proibito, ascoltò la voce del
seduttore, amò e cadde.
Colpito in quanto
aveva di più caro, perduta ogni illusione della vita, l'amante
offeso giurò di vendicarsi, e mantenne il suo giuramento.
Il prete seduttore
cadde sotto i colpi del moschetto dell'innamorato tradito e se non
dette fuori l'ultimo respiro non avvenne certamente per volere di
colui che aveva voluto ad ogni costo vendicarsi.
Compiuta la
vendetta, ed abbandonata la donna il giovine Otello si diede alla
campagna.
Solo, affranto dal
dolore, ricercato dalla giustizia, il fiero isolana vagava nei campi,
tirando a stento la vita, quando nel 10 giugno 1853 fu attaccato
dalla forza, e volendo ad ogni costo garantire la sua libertà, tolse
la vita ad un carabiniere, e fu salvo.
Di animo
disinteressato, egli era generoso verso i pastori, dai quali veniva
sempre protetto ed aiutato per eludere la forza pubblica.
Spesso veniva scelto
quale arbitro nelle questioni che si agitavano fra la gente di
campagna ed egli vi recava la sua parola autorevole e di pace,
proteggendo sempre i deboli contro i più forti.
Nelle campagne di
Sardegna egli era temuto e rispettato.
Una volta gli furono
ammazzati sette buoi – appartenevano in parte a lui in parte alle
sorelle – avrebbe potuto vendicarsi, uccidendo e devastando la
fattoria del nemico.
Invece, mandò a
dire agli autori della strage dei suoi buoi che se non avessero
restituito il mal tolto o rifatto il danno, avrebbero avuto a che
fare con lui. Tanto bastò perché quei cotali s'affrettassero a
pagare.
Girovagando per i
campi, egli andava fiero della sua libertà, e diventava terribile,
quando trattavasi di difenderla contro chi lo attaccava.
La giustizia però
continuava le sue ricerche, e sebbene il bandito avesse avuto l'arte
di nascondersi per ben altri sedici anni, ingraziandosi sempre più
quelle popolazioni della campagna, nel 21 marzo 1859 fu sorpreso dai
carabinieri nel tenimento della Nurra, mentre placidamente riposava
le sue membra sotto una capanna.
La capanna non aveva
che un'uscita: questa era occupata dai carabinieri; non v'era scampo
pel bandito; la sua libertà, la sua vita, tutto era perduto, ma gli
resta ancora la sua carabina. Egli l'impugna, e con l'arma alla mano,
stendendo al suolo un vice brigadiere ed un carabiniere, si apre il
varco alla campagna e spazia di nuovo per il campi.
Per tali delitti fu
giudicato in contumacia e condannato a morte.
Conosciuta la
condanna, egli diventò sempre più fiero della sua libertà, che
cercò ad ogni costo di difendere; ma nell'anno 1880 finalmente fu
arrestato, ed oggi è chiamato a rispondere dei suoi delitti innanzi
la Corte d'Assise di Frosinone, cui fu rinviato alla Corte di
cassazione di Roma Giovanni Tolu ha
oggi 63 anni, è basso della persona, ma ha larghe spalle e largo il
torace, ciò che rivela una forza erculea.
Di viso piuttosto
bruno, ha lineamenti perfetti, lunghi capelli e brizzolati; veste il
poetico costume degli isolani.
Testata del Corriere della Sera del 1897
Vignetta del Dalsani
LA STAMPA
Sabato 28 ottobre
1882
REATI E PENE
Giovanni Tolu,
bandito sardo
Giovanni Tolu il
celebre bandito sardo, venne assolto dalla Corte d'assise di
Frosinone, ed ora quel vecchio quasi sessantenne, che passò
trent'anni della sua vita perseguitato dalla pubblica forza,
ritornerà pacifico borghese in Florinas, suo paesello, dove gli
vogliono un bene dell'anima; sarà fatto consigliere, e chi sa, forse
anche sindaco.
Vediamo se ne abbia
i titoli, riandiamo la vita passata di quell'uomo leggendario, la di
cui sorte, dopo l'arresto, interessò l'isola intiera, e venne
assolto tra gli applausi d'una civile città del continente.
*
* *
Risaliamo
a 32 anni addietro. Tolu era un povero giovine contadino di Florinas,
paesello vicino a Sassari.
A 27 anni
si invaghì di una bella contadina del paese, nipote della perpetua
del sacerdote Giovanni Masala Pittui.
Il sor
reverendo che s'aveva visto venir su in famiglia quella ragazza, e se
l'aveva ingrassata col riso, vide di mal occhio che essa sul più
bello si allontanasse che altri s'immischiasse nell'azienda del suo
pollaio.
Perciò
prese a malvolere e a perseguitare il Tolu, dicendone corna con la di
lui sposa.
Il Tolu
proibì alla sposa di recarsi in casa del reverendo perché sulla di
lui relazione con la perpetua si dicevano delle cose poco
edificanti; ed una tale proibizione inviperì sempre più prete
Pittui, che per dispetto, strinse maggiormente d'assedio la giovane
sposa.
Egli,
quando il Tolu era in campagna, se la faceva venire in casa, e tanto
fece, disse e promise, che la ragazza, adescata dalla prospettiva
d'una vita agiata e dalla speranza d'ereditare definitivamente la
carica di sua zia, un bel giorno non tornò più dal marito.
*
* *
Costui se
ne addolorò profondamente e decise di vendicarsi di quel prete che,
non contento di averlo disonorato, lo derideva quando lo vedeva, e lo
minacciava della scomunica quando avesse tentato di ripigliarsi a
forza la moglie.
Un
giorno, nel dicembre del 1850, mentre il prete si recava a dir messa
ad una chiesuola di campagna, fu dal Tolu assalito con una pistola
sgangherata; ma volle il caso che quell'arme per ben cinque volte
negasse fuoco. Fidente nella robustezza delle proprie braccia,
ansioso di vendetta, Tolu si buttò addosso al reverendo e ci volle
poco che lo strozzasse. Lo lasciò solo quando lo vide malconcio.
*
* *
Di fronte
all'accusa di omicidio mancato di un prete, di fronte alla pena che
l'attendeva, il povero giovine, che aveva la coscienza di essere
dalla parte della ragione, non volle costituirsi in carcere.
Prese il
fucile e si fece bandito.
*
* *
Incominciò
allora per lui una vita raminga di battaglie accanite per la sua
libertà, serbandosi onestissimo sempre, difendendo i deboli,
perseguitando i ladri che infestavano le regioni dov'egli si trovava,
simpatico ai buoni, temuto dai malviventi.
Potendo
vendicarsi del prete, non lo fece, e quando vide che la moglie andava
giù nella china del vizio non la stimò più degna né d'odio né
d'amore e più non la curò.
Di lui i
testimoni al dibattimento raccontarono aneddoti curiosissimi che
spiegano come d'attorno a quel nome di contadino il popolo abbia
potuto creare una leggenda.
*
* *
Nel 1852
e 1853 una banda di ladri infestava le campagne di Florinas, ed il
Tolu, richiesto dagli onesti paesani, prestò l'opera sua vigorosa, e
la disperse, esponendosi al rischio di essere ucciso da uno di essi
che gli sparò una pistola a bruciapelo.
Nel 1854
Tolu abbandonò le campagne e si internò nella Nurra, vasta
estensione tra Sassari, Alghero e il mare dove non si scorge che
qualche casetta abitata da pastori.
Trovò
quelle poche famiglie straziate da discordie, ed egli, valendosi
delle simpatie che inspirava, fece sedare quelle ire, che duravano
già da qualche generazione, e quei pastori, stretti in una nuova e
sincera amicizia, vegliavano su lui, ed egli li compensava coi suoi
servizi, inseguendo col suo rapidissimo cavallo il bestiame mezzo
selvaggio che separava dalle mandrie, o riportando indietro legati i
ladri che andassero a far preda sul bestiame che pascolava nelle
vaste praterie della Nurra.
*
* *
Un giorno
mentre da un'altura il Tolu osservava le circostanti campagne, vide
ai piedi della collina due individui che all'abito gli parvero
continentali.
Disceso,
andò verso di loro e li trovò che piangevano. Erano due poveri
piemontesi poco prima depredati di quanto avevano da una banda di
malandrini, il cui capo, per intimidirli, si era passato per Giovanni
Tolu:
- Siamo
ancora in tempo a raggiungerli. Seguitemi, - disse il Tolu ai due
derubati.
Dopo
percorso un tratto di strada, videro infatti i ladri, che, seduto
intorno ad un albero, spartivano il bottino. Tolu fece nascondere i
due piemontesi, sparò una fucilata in aria e si pose a gridare:
- Ho
ucciso un cinghiale, venite ad aiutarmi.
Quei
ladri in tutta fretta accorsero, sicuri di guadagnarsi in quel modo
la cena per la sera, ma Tolu, quando li ebbe ad alcuni passi di
distanza, spianò il fucile contro il capo e gli disse:
- Io
sono Tolu, e tu, ladro, miserabile, ti servi del mio nome per rubare.
Ecco
rendere a due piemontesi quanto ad essi era stato rubato, non volle
un soldo di compenso; fece un predicozzo ai ladri dicendo che
lasciassero la vita disonesta e si allontanò.
*
* *
Disse un
teste come in Osilo vivessero due potentissime famiglie nemiche: gli
Stacca e gli Achena. Un degli Achena un giorno offerse L. 500 al Tolu
perché uccidesse il capo della famiglia degli Stacca. Tolu non solo
si rifiutò, ma tanto fece che ottenne una riconciliazione fra le due
famiglie.
Individui
delle due famiglie, deponendo a favore del Tolu, dicevano:
*
* *
Egli
aveva un paio di buoi, - racconta un testimonio, - ed un malvivente
glieli uccise.
Vi era un
testimonio che aveva visto compiere il maleficio, e Tolu andò a
pregarlo e gli disse:
“- Io
darò querela, e tu farai da testimonio, e così con la legge potremo
distruggere quel malvivente.”
- Io non
visto niente, - rispose l'altro, - ed ho paura di quell'uomo.
Distruggilo tu stesso col tuo fucile e farai servizio al paese.
- Ciò
sarebbe vile assassinio, - replicò il Tolu; - il fucile mio è di
legno.
Inutile
sarebbe voler enumerare tutti gli aneddoti della di lui lealtà,
della di lui generosità e bontà d'animo, che risultarono
all'udienza. L'accusa non poté far risultare una sola azione
disonesta (all'infuori delle sue difese accanite quando veniva
assalito), che valesse a distruggere l'aura di simpatia che inspirò
nel pubblico quella narrazione di una vita avventurosa, quella figura
maestosa di vecchio sempre sorridente, tranquillo della sua
coscienza.
*
* *
Dopo
trent'anni di vita errabonda quel vecchio era già stanco di quella
lotta implacabile e si arrese senza colpo ferire. Ecco come avvenne
l'arresto.
Una di
lui figlia aveva sposato un contadino della Nurra ed ivi spesso il
vecchio bandito si risposava, ed i nipotini gli facevano festa.
Nella
sera dal 21 al 22 settembre quattordici carabinieri furono posti in
agguato presso il nascondiglio dove Tolu era solito ricoverarsi, non
molto lontano dalla casa del genero.
I
carabinieri appostati non lo scorsero, quantunque egli vi fosse, e
rimasero tutta una notte li. All'indomani uscì dal nascondiglio e se
ne andò nella casa del genero.
Alle
undici il maresciallo dei carabinieri, con sette dei suoi, fece
circuire la casa. Tolu scappò verso il nascondiglio, ivi trovò gli
altri carabinieri e si arrese, cedendo il fucile che gli aveva fatto
tanto buon uso per trent'anni, e dal quale aveva legato [?] di pelle
per non avere in tentazione di porselo in ispalla.
Il nostro
corrispondente di Cagliari disse la lunga via crucis che fu
fatta fare al povero Tolu prima che sia stato mandato in giudizio. Si
temeva che quei sardi che lo applaudivano dovunque passava,
l'avrebbero assolto. Perciò fu mandato a dibattimento, due anni dopo
l'arresto, alla Corte d'assise di Frosinone, ed ivi la giustizia fu
fatta.
All'udienza
il P.M. Chiese al Tolu:
- Come
avete vissuto durante i trenta anni?
- Col
lavoro indefesso, - egli rispose -
col
procurarmi l'amicizia di tutti i buoni sardi, i quali mi sostenevano
come aiuto efficace contro i cattivi.
Le
imputazioni erano molte.
Alcune
erano già prescritte e per altre i difensori sostennero la legittima
difesa.
Fra
questi vi era il prof. Gavino Scano, un portento d'arte oratoria, e
suscitò nell'uditorio un vero fanatismo.
*
* *
- Avete
altro ad aggiungere? - chiese il presidente a Tolu finite le difese.
Egli si
levò e disse:
- Io non
ho mai sparato prima. I carabinieri mi assalivano a fucilate, come se
fossi stato una belva, perché sul mio capo pesava una taglia, ed io
come una belva mi difendevo.
Il P. M.
sostiene che la legge ordinava ai carabinieri di uccidere Tolu, ma
Tolu sa che la legge di natura, superiore al Codice, ordina di
difendersi da chi uccide ingiustamente.
I giurati
gli diedero ragione e lo mandarono assolto fra gli applausi del
pubblico.
*
* *
Tolu fu
dai giornali chiamato l'ultimo bandito sardo. Se ciò sia vero
ve lo dirò un'altra volta.
Vignetta del Dalsani
LA STAMPA
Sabato 25
novembre 1882
LETTERE
SARDE
Tolu a
Cagliari
Oggetto
della generale curiosità è in questi giorni a Cagliari il noto
Giovanni Tolu il bandito assolto dalle Assise di Frosinone.
Alle
passeggiate, ai teatri è sempre attorniato da una folla di curiosi,
avidi di mirarlo da vicino, conoscerlo o farsi narrare le vicende
dell'avventurosa sua vita. È un bell'uomo, tarchiato, con lunga
barba grigio-ferro, affabile e cortese oltre ogni dire. Un tipo
simpaticissimo.
Vignetta del Dalsani
IL
CORRIERE DELLA SERA
Venerdì
17 luglio 1896
Le
cronache del malandrinaggio
Giovanni
Tolu
In questi
ultimi giorni è morto in Sardegna Giovanni Tolu, che passava come
l'ultimo tipo vivente del bandito classico, generoso, cavalleresco.
Celebre
in tutta la Sardegna, non era del tutto sconosciuto nemmeno in
continente per un celebre processo tenutosi a Frosinone nel 1882,
salvo errore, per suspicione, processo svoltosi pro forma,
perché il famoso bandito si era costituito sotto l'egida
della prescrizione, dopo aver tenuto la campagna per trentatre (sic)
anni.
Quest'uomo
viveva ultimamente tranquillo e pacifico, circondato dall'affetto dei
suoi cari e di tutti i concittadini, non escluse le autorità che non
disdegnavano ricorrere ai suoi lumi superiori, specie nei
riguardi della pubblica sicurezza, sul quale argomento non gli si
poteva negare una esperimentata competenza.
Giovanni
Tolu abitava presso a Sassari una casa colonica del conte di San
Pietro. Un giornalista andò a trovarlo recentemente con un amico, il
quale così gli raccontava le gesta del celebre bandito.
La causa
che lo spinse al bando fu, sia detto a sua lode, delle più nobili.
Offeso
nell'onore dalla sua donna che lo tradiva col curato, egli tirò su
quest'ultimo parecchie pistolettate mentre si recava a celebrare la
messa; ma pare che il poco degno servo di Dio avesse... il diavolo
dalla sua, perché i colpi non partirono.
Il Tolu
però gli si fece addosso e se lo pose sotto i piedi, riducendolo a
mal partito, ma senza ucciderlo.
Per non
scontare una pena che egli sapeva di non meritare, si diede alla
campagna.
Ma
Giovanni Tolu non commise mai la menoma (sic) offesa alla proprietà
altrui, gli bastava quello che la pietà e l'ospitalità dei
contadini mettevano a sua disposizione.
E avrebbe
certo finito col costituirsi e scontare la pena certo non grave, se
non avesse avuto la disgrazia di imbattersi un brutto giorno in due
carabinieri, che seppure lo cercavano, non lo avevano certo
riconosciuto... e di creder necessaria la loro... soppressione.
Ma da
quel giorno evitò sempre i conflitti colla pubblica forza; ed
assalito, la sua tattica era di fuggire, evitando di sparare.
È vero
altresì che un ugual pensiero dovettero avere i carabinieri, che un
po' alla volta smisero di dargli noia, un po' per tema della sua
carabina, un po' perché le autorità riconobbero che il Tolu era più
utile che dannoso alla pubblica sicurezza.
E
infatti, come il Tiburzi nel Viterbese, faceva da solo più che una
legione di carabinieri; e i malandrini volgari non tardarono a
sparire dal suo impero.
Ed impero
fu veramente il suo, che arrivò fino al punto di amministrare la
giustizia.
L'aureola
che lo circondava era tale che egli era chiamato arbitro in tutte le
questioni;
innumerevoli furono le famiglie che egli rappacificò, gli
odi secolari estinti; e al suo tribunale inappellabile, le sue
sentenze nessuno osò mai ribellarsi.
Senza
tema di errare si può affermare che se la Nurra è oggi il paese più
tranquillo della Sardegna, ciò è dovuto in massima parte a Giovanni
Tolu.
Di lui si
narrano alcuni aneddoti che meglio di ogni biografia mettono in vera
luce il suo carattere.
Alcuni
malandrini derubavano in suo nome una signora inglese.
Per puro
caso egli si trovò ad incontrare la derubata subito dopo il fatto,
che piangendo gli raccontò essere aggredita e spogliata dal Tolu.
Questi si
fece indicare la direzione presa dai grassatori, e raggiuntili mentre
si dividevano il bottino, intascò oltre 200 lire in oro dicendo ai
ladri esterrefatti: - Io sono Giovanni Tolu, uccidetemi se ne avete
coraggio. - E tornato dall'inglese le restituì il tesoro dicendole:
ricordatevi
che Giovanni Tolu non ruba!
*
* *
Un
pubblicista sardo così descriveva poco tempo fa una sua visita a
Giovanni Tolu.
Arrivati
alla casa del nostro eroe, col pretesto di bere un po' d'acqua,
penetrammo in una stanza interna, ove un bell'uomo dalla folta barba
brizzolata ci fece sedere, chiedendoci dove eravamo diretti.
Noi
rispondemmo con una qualunque bugia; poi, come se gli fosse venuto
alla mente in quel punto, l'amico mio disse:
- Abita
da queste parti Giovanni Tolu?
-
Giovanni Tolu è mio zio, e sta in questa casa.
E,
voltosi ad una ragazzetta le disse:
- Va a
chiamare il vecchio, che c'è gente.
Poco
dopo entrò un bel vecchione robusto, pingue, dal volto rubicondo e
che una candida barba fa rassomigliare ad un pope russo.
Quello
che colpisce nella sua fisonomia (sic) sono gli occhi cerulei, pieni
di vita e di furberia, che spandono un'aria giovanile sul volto
abbronzato, illuminandolo quasi di quella vernice – mi si passi il
paragone – che fa credere usciti ieri dallo studio i capolavori
pittorici del “Rinascimento.”
E
compresi allora come quel vecchio atleta avesse potuto resistere a 33
anni di vita raminga, tra i disagi ed i pericoli, le ansie e le lotte
di una belva inseguita.
A
semplice titolo di curiosità vi riporto qualche brano della mia
“intervista.”
- Come
avete fatto a vivere per tanto tempo?
- Dove
dormivate?
- Tutte
le case erano mie; chiedevo, e tutti mi davano ospitalità e da
mangiare.
- Non
credete che lo facessero per paura?
- Paura
di che ? Io non facevo male a nessuno: lo facevano per umanità.
- E se
qualcuno si fosse rifiutato di darvi aiuto?
- È
impossibile; il contadino sardo non nega mai a chi chiede per favore!
Ecco pensai, una delle cause principali per cui sarà difficile estirpare il brigantaggio in Sardegna; poi chiesi:
-
Che!... io andavo sempre nelle case dei poveri; ed i carabinieri
vanno dove c'è da mangiar bene! - Cosa ne pensate dei carabinieri?
-
Ve n'ha di buoni, e di cattivi; io ebbi la disgrazia di imbattermi
coi cattivi; ed ho sparato!
-
Quali sono per voi i cattivi carabinieri?
-
Quelli che vanno a dar noia ai banditi onesti.
-
Ce n'è banditi nei dintorni?
-
Uno, e indicava una montagna vicina: Pietro Fiori, un bravo
giovinotto che ha ucciso il suocero.
Per
volgere il discorso a un argomento più interessante, gli chiesi
quasi invitandolo a raccontarmi la sua storia:
-
Se ne raccontano delle belle sul vostro conto...
Non
l'avessi mai detto: avete mai visto la lumaca a toccarle un corno? Si
fece scuro in viso, e con aria tra il burlesco ed il canzonatorio:
-
Voi volete scrivere eh?... ne son venuti tanti, e ultimamente un
francese ed un inglese... ma senza soldi l'orbo non canta; voi vi
volete arricchire col mio sangue... e io moro di fame; a una sola
persona ho raccontato tutto; e questa persona m'aiuta a patto che non
dica nulla agli altri... però... se si mangia in due, allora è un
altro affare, ed io vi faccio fare un bel romanzo!...
Invece
di accettare la proposta di Giovanni Tolu, da vero idiota me ne
tornai malinconicamente indietro, pensando a quel povero vecchio che
un tempo era stato poco meno d'un eroe, e che ora come Belisario è
caduto in tanta disgrazia.
Les Dieux s'on vont! - dissi al mio amico non meno avvilito di me; e voltandoci istintivamente prima di perder di vista la casa del Tolu, lo scorgemmo immobile che ci guardava con un cipiglio non troppo rassicurante.
E
forse avrà pensato:
-
Che imbecilli! Chi sa quanti chilometri hanno fatto per venirmi a
trovare!
E
io non esito a dargli tutte le ragioni del mondo.
Vignetta del Dalsani
LA
STAMPA
Lunedì
26 luglio 1897
Nuove
pubblicazioni
mandate
alla Stampa
ENRICO
COSTA: Giovanni Tolu, storia di un bandito sardo, narrata da lui
medesimo, preceduta da cenni storici sui banditi del Logudoro, con
vignette di Dalsani, - Sassari, Premiato Stabilimento tipografico G.
Dessì.
Volumi L. 3.
Quando
si dice la forza del contagio! La moda delle autobiografie ha
guadagnato perfino i banditi, ed ecco le memorie di Giovanni Tolu,
raccolte con scrupolosa cura dal Costa e pubblicate in due volumi con
eleganza di tipi e con illustrazioni dal Dessì, di Sassari. Noi non
vogliamo punto negare che queste memorie siano interessanti sotto
vari aspetti, né d'altra parte confondiamo il Tolu, bandito sardo,
con Ninco Nunco ed altri consimili briganti: il bandito si dà per lo
più alla macchia per spirito di vendetta, mentre il brigante non
sogna che la rapina, e di rapina vive e di furti e di omicidii.
Tuttavia
ci sembra che anche per un bandito, il quale, in fondo, non si
raccomanda per gesta eroiche speciali, due volumi e seicento pagine
siano di troppo, e che la curiosità pubblica – giacché qui non si
tratta di studi scientifici – potrebbe avere un migliore e proficuo
indirizzo.

Frontespizio del libro del Costa
Vignetta del Dalsani
IL
CORRIERE DELLA SERA
Giovedì
16 settembre 1897
Psicologia
criminale
Le
confessioni di Giovanni Tolu
Verso
gli ultimi di novembre dello scorso anno, rientrando nel suo studio a
Sassari,
Enrico Costa vi trovò un vecchio, che da mezz'ora lo
aspettava.
Richiesto
del motivo della sua venuta, il vecchio rispose con una domanda:
-
È vero che lei ha scritto
la storia di Giovanni Tolu, il bandito? Avrei piacere di leggerla.
-
Non ho mai scritto storie di banditi viventi. - Rispose Costa.
Il
vecchio, senza punto scomporsi, ripigliò con sussiego:
-
Se lei non l'ha scritta, è certo che ben presto la scriverà!
-
E perché dovrò scriverla?
-
Perché gliela dirò io, che sono Giovanni Tolu in persona.
La
strana presentazione sorprese Costa non poco; tuttavia rispose:
-
Non so davvero perché lei voglia narrarmi la sua storia, né perché
io debba scriverla.
-
Le dirò sinceramente – rispose il vecchio – che oramai sono
stanco e infastidito delle fandonie che si vanno spacciando sul mio
conto. Lungo la mia vita di bandito e d'uomo libero – per oltre
quarant'anni – si dissero e si stamparono sui miei casi inesattezze
tali, che mi preme rettificare. Non voglio colpe, né virtù che non
mi spettano. Fui intervistato da un numero infinito di curiosi,
italiani e stranieri, ma non volli finora aprire l'animo mio ad
alcuno. Oggi solamente mi sono deciso a fare una confessione generale
schietta, veridica, senz'ombra di vanità, né di secondi fini.
Esporrò
lealmente i casi della mia vita, persuaso che il racconto delle mie
avventure desterà nel pubblico una curiosità non infeconda di
ammaestramenti; di ammaestramenti per tutti: per le famiglie, per i
giudici, per i disgraziati miei pari, ed anche per il Governo, se
vorrà trarne profitto.
A settantaquattro anni non si hanno più speranze, nè timori; ed è perciò che voglio presentarmi al pubblico intiero, quale realmente fui, spogliando la mia vita da tutti gli episodi fantastici e bugiardi, di cui vollero infiorarla il volgo ed anche i signori. Ecco perché voglio narrare la mia storia.
Dopo qualche esitazione, Enrico Costa accettò la strana proposta.
Giovanni Tolu si fermò a Sassari e gli dettò la sua lunga storia.
Seduti
dinanzi al camino, caricando o scaricando la sua pipa, il vecchio
bandito (ora in buon sardo ed ora in cattivo italiano) prese a
narrargli i casi della sua vita, risalendo ai nonni; e filò sempre
diritto, per venticinque giorni, con un ordine ed una chiarezza che
Costa non si aspettava.
Circostanze
minuziose, dialoghi, nomi di persone e di località, episodi d'ogni
genere, tutto egli espose scrupolosamente, senza mai confondersi né
contraddirsi.
-
Io voglio narrare il bello ed il brutto – diceva ogni tanto. A lei
buttar via ciò che crede inutile e insignificante.
Da
questo strano racconto uscì una singolare autobiografia pubblicata
in questi giorni in due volumi (Enrico Costa, Giovanni Tolu,
storia di un bandito narrata da lui medesimo, Sassari, Giuseppe
Dessì editore, 1897) che portano un buon contributo alla storia
della delinquenza e un ricco materiale di studii (sic) per i cultori
della psicologia criminale.
*
*
*
Giovanni Tolu che, come i lettori ricorderanno, è morto pochi mesi or sono,
era un tipo caratteristico di bandito sardo.
Datosi alla campagna dopo aver tentato di assassinare un prete, che aveva
ostacolato il suo matrimonio, diventato, cioè, bandito dopo una
delle solite vendette, visse alla macchia per ben trent'anni senza
commettere furti né omicidii per mandato, ma uccidendo parecchi
carabinieri che avevano tentato di catturarlo, e sopprimendo varie
spie. Carezzato da deboli e da prepotenti, per bisogno o per paura, era diventato così popolare, che si ricorreva spesso a lui per
consiglio e s'era arrivati perfino a nominarlo sotto capo della compagnia barracellare del suo paese, Florinas, sicuri che i ladri non avrebbero osato toccare le proprietà messe sotto la protezione
di un bandito così temuto.
Quest'uomo
così astuto che seppe sfuggire per tanti anni agli agguati dei suoi
nemici e della forza pubblica, era viceversa superstizioso come una
femminetta.
Egli credeva che quando il prete nella messa recita più
di tre orazioni, compie una brutta azione, cioè fa le legature
a danno di qualcheduno. E quando, durante gli impedimenti che il prete di Florinas frapponeva al suo matrimonio, fu tormentato a certi
dolori alle ossa, Giovanni Tolu si mise in testa che quei dolori
erano conseguenza delle fattucchierie del prete stesso.
Il
peggio si è che tali superstiziose credenze del volgo erano
alimentate dall'ignoranza o dalla furberia di chi aveva il dovere di
combatterle.
Così
per togliersi di dosso la supposta malia, Tolu ricorre ad altri
preti.
«
Mi rivolsi, primo fra tutti al nostro vice parroco Giovanni Stara, un
buon prete esemplare, molto povero. Egli si munì di stola, di
aspersorio e di breviario, e cominciò gli esorcismi. Per tre volte
ricorsi a lui, e devo dichiarare che fra i consultati fu il più
efficace nella cura. I miei dolori non cessarono, ma diminuirono
sensibilmente e mi diedero tregua per qualche settimana. »
Più
tardi avendo saputo che nel villaggio di Ossi era un prete, certo
Valerio Pes, assai potente negli scongiuri, montò a cavallo e andò
a visitarlo.
«Come il vice parroco Stara, egli mi fece mettere ginocchioni, mi lesse il breviario, mi asperse d'acqua santa, e mi raccomandò di ripetere la prova altre due volte. Dopo i tre esperimenti gli dissi che i miei dolori erano più intensi e che non avevo sentito alcun miglioramento. Allora il reverendo Pes mi confessò addirittura che egli si trovava in una condizione eccezionale. Anche lui era un fatturato, per legatura fattagli da un prete nemico, il cui potere era maggiore del suo. A ciò dovevo attribuire la vera causa dell'inefficacia degli esorcismi.»
Tolu
ricorse allora al rettore di Dualchi che lo guarì (dice lui)
facendogli inghiottire per quaranta giorni dei pezzetti d'ostia e
dell'olio benedetto!
*
* *
Ma c'è qualche cosa di più strano ancora. Prima di uccidere una spia, Tolu chiedeva consiglio alla Madonna ed ai santi.
Così quando decise di ammazzare un certo Salvatore Moro, racconta:
«
Lungo il cammino io invocai colla mente la Beata Vergine perché mi
illuminasse la coscienza, rivelandomi se il mio compagno meritasse
la morte. In coscienza mi rispose di si, e fui tranquillo.
Raccomandai pure l'anima mia al Signore, nel caso in cui fossi
rimasto soccombente. Non ho mai trascurato simili pratiche religiose
lungo il corso della mia vita. »
E
dopo aver narrato come uccise il Moro con una fucilata nella testa,
Tolu continua:
«Prima mia cura fu quella di ricaricare il mio fucile, appoggiando il calcio sul corpo del caduto: indi recitai un'Ave Maria e un Requiem per il trapassato.
Io
ho sempre ucciso il corpo, non l'anima dei nemici; l'anima ce l'ha
data Iddio, e Dio deve riprendersela; il corpo è della terra e alla
terra deve ritornare.
«Recitata la preghiera, afferrai per un braccio il cadavere, lo trascinai per breve tratto e lo lasciai cadere nello spacco di una roccia vicina.
«
Dopo di che, coll'animo tranquillo, continuai tutto solo la mia
strada. »
I suoi libri prediletti di lettura erano l'ufficio della Beata Vergine,
i Reali di Francia e una piccola Bibbia del Diodati.
«
Quantunque bandito, non ho mai tralasciato le mie pratiche religiose.
Leggevo sempre l'ufficio della Beata Vergine; recitavo le orazioni
del mattino e della sera; pregavo per i defunti e frequentavo la
chiesa e la confessione.
«
Il rettore Dettori, di Florinas, mi conduceva dentro la chiesa,
facendomi passare per una scaletta segreta, che dalla sua casa vi
comunicava. Mentre al di fuori i barracelli facevano la guardia, io,
bandito, tutto solo col prete, servivo ed ascoltavo la messa allo
stesso tempo, e mi confessavo una volta all'anno. »
*
* *
Un'ultima
citazione per finire.
Dopo
aver ucciso, da solo, a coltellate, Francesco Rassu, la spia ch'egli
più temeva, Tolu racconta:
«
Quando più tardi giunsi a conoscere la perizia giudiziaria
sull'assassinio di Francesco Rassu, un sorriso di compassione mi
venne sulle labbra. Il medico ed i periti avevano dichiarato che la
vittima era stata assalita da quattro uomini, e che la prima ferita
alla nuca era stata prodotta da un colpo di bastone. Fu parimenti
dichiarato che Francesco era stato grassato dopo aver ricevuto oltre
trenta ferite. Fidatevi ora delle perizie dell'autorità giudiziaria!
»
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