venerdì 3 luglio 2026

La Baronia di Ploaghe: spirito e forma

 

di Giuseppe Ruiu


Questo lavoro si propone, in primo luogo, di illustrare lo spirito e le dinamiche dell'istituzione feudale conosciuta come la “Baronia di Ploaghe”1. Soprattutto, però, esso persegue l'ambizioso obiettivo di stimolare l'interesse delle odierne Amministrazioni civiche di quei centri un tempo inseriti nel suo perimetro giurisdizionale. L'auspicio è che, attraverso progetti di ricerca mirati, queste istituzioni vogliano farsi promotrici del recupero e della valorizzazione di una memoria documentaria straordinaria, eppure ancora quasi del tutto inesplorata, custodita all'interno degli Archivi di Stato2.

Curare l'edizione critica e la divulgazione di questi fondi archivistici — con particolare riferimento ai procedimenti giudiziari — non rappresenta una mera operazione accademica, ma una chiave d'accesso fondamentale per comprendere la reale funzione del feudo all'interno delle antiche "ville" (villaggi). Riannodare i fili con il passato non è un esercizio di stile fine a se stesso, ma un atto di profonda responsabilità civile: significa riappropriarsi consapevolmente della nostra storia culturale e identitaria, perché solo radicando lo sguardo in ciò che siamo stati, diventa possibile comprendere appieno chi siamo oggi.

I fondi d'archivio riguardano i fascicoli criminali e civili della Curia baronale e sono compresi in un arco temporale che va dal 1674 al 1839 più altri registri che in un certo qual modo attengono sempre all'amministrazione della giustizia. Essi seppur non molto numerosi offrono uno spaccato dell'esercizio del potere feudale lungo due secoli. La loro stessa lingua rispecchia il mutamento dei tempi in questo periodo storico: sardo (prevalente), catalano, castigliano e italiano, spesso commisti tra loro.

Nel 1424, a pochi anni dall'istituzione del feudo, il sovrano aragonese concesse al primo barone il “mero e misto imperio”, investendolo così della massima giurisdizione penale e della più alta competenza nelle cause civili. Le sentenze emanate all'interno della Baronia erano, tuttavia, sempre di prima istanza: il feudo non ottenne mai il privilegio dell'appello, che rimase prerogativa della Reale Governazione di Sassari. Successivamente, a partire dal 1573, il giudizio di terza istanza venne definitivamente devoluto alla Reale Udienza del Regno di Sardegna a Cagliari, ripartito tra la Sala Criminale e la Sala Civile.

Al giorno d'oggi, la memoria storica ha quasi del tutto smarrito le tracce di un'istituzione che per quattro secoli — dall'investitura nel 1420 sino al riscatto dei feudi nel 1839 — ha plasmato nel profondo il territorio e le sue genti. Eppure, pur con tutte le sue intrinseche contraddizioni, la Baronia si configurò come un vero e proprio "Stato in miniatura" inserito nel regno di Sardegna: un microcosmo feudale retto da un apparato giuridico e amministrativo autonomo, divenuto con il passare del tempo sempre più anacronistico, ma capace di incidere per generazioni sulla vita delle comunità locali.

L’analisi storica di un’istituzione feudale non può prescindere dal delicato equilibrio tra la sua architettura giuridica e la realtà antropica ed economica che essa racchiude. Questo contributo intende indagare la Baronia di Ploaghe attraverso il binomio interpretativo di "spirito e forma", seguendone l'evoluzione dalle origini del sistema feudale fino al suo tramonto.

Se la forma si identifica con lo scheletro istituzionale — l'apparato dei diplomi d’investitura, le rigidità del diritto feudale e l’articolazione della Curia baronale preposta all'amministrazione della giustizia e all'esercizio del mero e misto imperio —, lo spirito ne rappresenta la sostanza pulsante. Quest'ultimo si esprime nelle dinamiche materiali del territorio: i rapporti di dipendenza, l’esazione dei tributi, la gestione delle rendite e l'impatto sociale dei privilegi signorili sulla vita quotidiana delle comunità.

Nel lungo percorso che unisce la fioritura dell'età spagnola alla tardiva abolizione ottocentesca, l'indagine sulla Baronia rivela una duplice natura: se in una prima fase la forma giuridica fu lo strumento perfetto per legittimare lo spirito di un potere coercitivo e pervasivo, negli ultimi secoli si assiste a un progressivo scollamento. La rigida impalcatura del diritto feudale si trasformò in una gabbia anacronistica, costretta a misurarsi con uno spirito socio-economico mutato e con una comunità locale ormai orientata verso la modernità e il riscatto della propria terra.

Istituita il 16 novembre 1420 dal sovrano della Corona d'Aragona, Alfonso V "il Magnanimo" — e secondo parte della storiografia sorta inizialmente con il rango di Signoria³ —, la Baronia nacque nell'ambito del riassetto amministrativo e delle ristrutturazioni feudali avviate dalla Corona dopo la definitiva caduta del Giudicato d'Arborea. Il nuovo feudo insisteva principalmente sui territori dell'antico Giudicato di Torres (il Logu de Ore) che un tempo avevano costituito le Curadorias di Ploaghe e Figulinas: terre che le grandi casate dei Doria di origine genovese (imparentatesi con gli ultimi judikes della dinastia Lacon-Gunale) e dei Malaspina della Lunigiana si erano spartite alla dissoluzione del Regno turritano.

Essa aveva il suo cuore politico e amministrativo nell'abitato di Ploaghe. Tuttavia, la sua giurisdizione (circa 200 km quadrati) si estendeva nella sua massima estensione a diversi villaggi limitrofi e ad altri insediamenti rurali oggi estinti come Salvennor, Saccargia, Bedas, Urgeghe, Novaia, Musellano.

Estratto di mappa catastale dell'abitato di Ploaghe con evidenziata l'area 
di Piazza Tola fino al XIX sec. denominata "Corte 'e Palatu" sede dell'antica 
Curia all'interno del palazzo-castello baronale oggi non più esistente

Oltre a Ploaghe, sede della Curia baronale insediata nel palazzo baronale (Corte 'e Palatu), il territorio comprendeva:

Florinas, dal 1420

Cargeghe, dal 1442

Codrongianos, dal 1451


I confini territoriali dell'antica Baronia ricalcati sugli attuali 
confini comunali dei quattro principali villaggi infeudati:
Ploaghe, Codrongianos, Florinas e Cargeghe

Mappa della Sardegna del 1860 di F. Naymiller e F. Pagnoni
con evidenziata la collocazione della Baronia di Ploaghe


La popolazione totale dovette aggirarsi intorno ai 5.000/6.000 abitanti totali con picchi al ribasso come a metà del XVI secolo a causa della grande peste barocca.

Il feudo poggiava insomma su un territorio dal passato luminoso: Ploaghe era stata un'antichissima sede vescovile (fino al 1503, quando la Diocesi fu unita a quella di Sassari) e ospitava nel suo perimetro istituzioni monastiche di immenso prestigio, come la vicina abbazia vallombrosana di San Michele di Salvennor o la splendida Santissima Trinità di Saccargia (Codrongianos). Questo substrato religioso e culturale, unito alla fitta presenza di siti nuragici (studiati poi nell'Ottocento dal celebre canonico ploaghese Giovanni  Spano), rese la comunità al suo interno una delle più dinamiche, seppur tormentate, della Sardegna settentrionale.

Della nuova Baronia (la concessione assumeva la forma del feudo “de more italiae”) venne investito colui che il sovrano definiva affettuosamente “Il magnifich amat del senyor Rey mossen Seraphi de Montanyans”: Serafino I de Montanyans. Notaio e mercante appartenente a una famiglia sassarese di ascendenza catalana (corsa secondo altri). Serafino ottenne il titolo per i servizi resi alla Corona d'Aragona come per l'assedio di Bonifacio in Corsica.

I passaggi successivi videro il feudo ereditato da Serafino II (figlio di Serafino I) e, in seguito, da sua figlia Giovanna. Articolo dedicato alla famiglia Montanyans.


Ricostruzione dello stemma araldico dei Montanyans

Fu proprio grazie al matrimonio di quest'ultima che la Baronia entrò nell'orbita della potentissima casata dei Castelvì. Dopo una breve parentesi sotto i Folch de Cardona, legata anch'essa a intrecci matrimoniali, il controllo ritornò formalmente ai Castelvì con don Giacomo (Jayme). Primo marchese di Laconi e ottavo barone di Ploaghe (nasceva proprio con l'elevazione di Laconi da contado a Marchesato il legame indissolubile, di preminenza e prestigio, con la Baronia ploaghese che però dal punto di vista delle rendite feudali era ben superiore), don Giacomo fu un personaggio di assoluto rilievo nella Cagliari a cavallo tra Cinque e Seicento, nonché prima voce dello Stamento militare del Regno di Sardegna. 

Da quel momento, e fino al Settecento inoltrato, il feudo rimase saldamente nelle mani di questa eminente famiglia. In seguito, attraverso i consueti intrecci matrimoniali dell'aristocrazia dell'epoca, il titolo e i diritti passarono agli Aymerich, anch'essi legati al Marchesato di Laconi, che ne mantennero il controllo fino al tramonto del feudalesimo. Per chi desidera approfondire la successione dinastica qui viene ricostruita l'intera cronotassi dei baroni di Ploaghe.


Ricostruzione dello stemma araldico dei Castelvì


Ricostruzione dello stemma araldico degli Aymerich

Poiché i titolari del feudo quasi mai risiedettero nel suo capoluogo Ploaghe preferendo dimorare presso i propri altri feudi (Marchesato di Laconi) o a Cagliari o direttamente nella penisola iberica essendo alcuni baroni anche “Grandi di Spagna”, la gestione quotidiana e l'amministrazione della giustizia civile e penale di prima istanza erano delegate alla Curia baronale.

Cos'era una Curia baronale? Era l'organo politico, amministrativo e soprattutto giudiziario attraverso il quale il feudatario esercitava il potere sul proprio feudo durante il medioevo e l'età moderna. In parole semplici, era il “tribunale” e il centro di comando del signore locale. La funzione più importante della Curia era quella giudiziaria. Il barone, per concessione del sovrano, aveva il diritto di amministrare la giustizia all'interno del suo territorio. Questo potere si divideva spesso in bassa giustizia: cause civili minori (dispute sui confini, contratti, debiti) e reati penali minori (piccoli furti, risse). L'alta giustizia (o mero e misto imperio): nei feudi più importanti, il barone aveva il diritto di giudicare i reati più gravi, compresi quelli di sangue, e di infliggere la pena di morte. La Baronia in oggetto aveva proprio tale diritto. A tal proposito non rimane traccia dell'antico stendardo del feudatario e del sigillo e armi della Baronia. Probabilmente ogni feudatario utilizzò i propri personali.

Quasi mai il barone giudicava di persona, come detto non risiedeva nel feudo, ma soprattutto perché l'apparato della Curia era affidato e formato da figure a carica temporanea a capo dei quali stava il rappresentante del feudatario che ne incarnava la figura: il luogotenente o ufficiale della Baronia (regidore de sa baronia) al quale era attribuito il titolo di magnifico (magnificu), da ministri di giustizia (delegati di giustizia da metà 1700), dal procuratore (procurador de Corte), dal giudice ordinario (juigue ordinàriu): un ufficiale (offissiale dessa Baronia) che presiedeva i processi (ma lo stesso luogotenente poteva presiederli) che in seguito verrà affiancato da un consultore (consultor) dottore in Leggi per le sentenze. Notai e scrivani (iscrianos de corte) redigevano gli atti dei processi e custodivano l'archivio della Curia. Tutta una serie di figure minori che nel corso dei secoli si aggiunsero e/o mutarono nome e funzione: messi (missos) giurati (jurados), una sorta di polizia rurale che in ogni villaggio erano preposte alla vigilanza del bestiame e dei seminati e al controllo dei terreni: vidazzoni (terreni comuni) e salti (terreni lontani dagli abitati).

A rappresentare il potere del feudatario in ogni villaggio della Baronia era nominato (nomina annuale) un ufficiale locale denominato maggiore di giustizia (majore o mayor de justicia). Egli non era un sindaco eletto nel senso moderno, quelli vennero dopo, ma un rappresentante diretto della Curia. Principalmente i suoi compiti erano quelli della raccolta delle tasse feudali, nella denuncia dei reati (con compiti di polizia giudiziaria) e nell'accertamento ed applicazione delle multe dovute al feudatario. Sovrintendeva inoltre ai pedaggi e le gabelle dovute al signore. Bandiva le ordinanze del barone (sos bandos), che regolavano la vita quotidiana delle comunità (orari dei mercati, uso dei pascoli o dei mulini).

Al majore, oltre ai suoi aiutanti personali, veniva affiancata una ristretta cerchia di “probi uomini” (bonos hòmines), scelti tra gli esponenti più influenti e benestanti delle classi sociali del villaggio, per arbitrare le contese locali e gestire l'ordine pubblico. Tutte le cariche erano molto ambite poiché consentivano una discreta ascesa sociale e spesso portarono a casi di corruzione, inimicizie e vere e proprie faide per il predominio all'interno di ogni comunità.


Miliziani e Barracelli  a cavallo 
(ricostruzione fotografica da stampa antica)

Se guardiamo alla storia della Sardegna, questo sistema baronale si consolidò fortemente con la dominazione aragonese e spagnola, che importò nell'isola un modello feudale assolutamente rigido e rapace. In questo contesto, le Curie baronali rappresentavano il potere immediato con cui le comunità locali (sas biddas) dovevano interfacciarsi.

La Curia baronale nell'applicazione della Legge, nell'irrogazione delle pene si rifaceva al Diritto consuetudinario sardo (consuetut de la naciòn sardescha), una serie di norme non scritte, a cui si subordinava il Diritto scritto, e che originava di certo dalla trecentesca Carta de Logu arborense. I giudici della Baronia non erano certo ignari dell'esistenza di tutta una serie di norme di Diritto sostanziale: Capitoli di Corte, Reali Pregoni, Leggi municipali ecc. ma tutto ciò, come detto, era funzionale e subordinato alla consuetudine locale fino all'emanazione del Codice Feliciano nel 1827.

Come si amministrava la giustizia nella Sardegna dei secoli passati? Entrare nell’aula di un tribunale della Curia baronale significa fare un salto in un mondo regolato da rituali precisi, formule solenni e profonde disuguaglianze sociali. Ma significa anche aprire una straordinaria finestra antropologica sulla vita quotidiana delle comunità agro-pastorali dell'isola. Ecco come funzionava, passo dopo passo, la macchina giudiziaria dell'epoca.

Una giustizia d'élite: le barriere economiche

La giustizia, nel tribunale della Curia, non era uguale per tutti: l'accesso dipendeva in larga misura dal censo. L'istruzione dei processi più complessi "fulminar processo", comportava costi talmente elevati da spingere l'amministrazione a porre un limite drastico. Per ragioni di risparmio, questi processi potevano essere avviati solo se la pena in gioco superava una determinata cifra stabilita da un Pregone (un bando) viceregio. Per i reati minori, con pene inferiori alla soglia, ci si doveva limitare al dibattimento orale, mentre le cause minime venivano delegate ai rappresentanti locali dei villaggi (maggiori di giustizia), che le risolvevano con rito sommario. A gravare ulteriormente sui ceti meno abbienti vi era una pesante barriera fiscale: persino le sentenze erano tassate, rendendo la tutela dei propri interessi un lusso che i più poveri non potevano permettersi.

L’avvio della causa e il processo informativo

Il procedimento giudiziario poteva aprirsi ex officio (d'ufficio) su iniziativa del giudice – informato della notizia di reato – oppure su relazione del procuratore di Corte e dei ministri obbligati per ufficio, come i barracelli (già citati dal 1674, fasc. 281), giurati e maggiori. L'alternativa era la querela di parte, alla quale si associava il procuratore. L'azione penale diventava ufficialmente operativa solo dopo un formale atto di accoglimento: "Se admitte sa dicta querella". Il processo criminale si divideva in due fasi complementari: quella informativa (o offensiva) e quella difensiva. Durante la fase informativa, l'imputato si trovava in una posizione di netta inferiorità: non poteva partecipare al processo se non per essere interrogato. Un dettaglio storico rilevante è che nelle carte non si fa mai menzione, né diretta né indiretta, dell'uso della tortura per estorcere confessioni.

La parola ai testimoni: sos testigos

Subito dopo l'introduzione della causa, il procuratore, su mandato dell'ufficiale, compilava l'elenco dei testimoni (de sos testigos). La testimonianza era ammessa a partire dai quattordici anni d'età. Il rito era solenne: il testimone doveva prestare giuramento nelle mani del giudice toccando la Croce. L’interrogatorio avveniva a porte chiuse tra il giudice e il testimone, alla sola presenza del notaio. Dopo aver declinato le proprie generalità, il teste rispondeva a domande formulate in articoli "chiari e distinti". Il notaio registrava le risposte in discorso diretto o indiretto. Al termine, il testimone firmava il verbale; tuttavia, data l'altissima percentuale di analfabetismo, nella maggior parte dei casi era il notaio o lo scrivano a sottoscrivere l'atto per fare fede, apponendo la formula: De su qui facto fide.

La difesa e l'assenza di arringhe

Concluso il processo informativo, si procedeva alla sua pubblicazione e si apriva la fase difensiva, il dibattimento vero e proprio. Le parti potevano presentare prove documentali e testimoniali, beneficiando di un massimo di tre dilazioni per produrre ulteriori argomenti a proprio favore. La procedura non prevedeva l'assistenza obbligatoria di un avvocato difensore e, anche quando presente, non gli era permesso tenere un'arringa prima della sentenza. Del resto, la figura dell’avvocato dei poveri rimase sempre marginale. Non era prevista nemmeno una requisitoria orale del procuratore di Corte, il quale poteva solo presentare suppliche scritte per sollecitare l'assoluzione, la condanna o la remissione dei termini.

La lingua e la struttura della sentenza

L’aspetto linguistico dei documenti rivela la complessa stratificazione storica dell'isola. Sebbene la lingua sarda fosse onnipresente in ogni fase del procedimento verbale, non venne mai utilizzata per la stesura scritta delle sentenze. Si usò in origine il catalano, poi il castigliano e infine l'italiano.

La sentenza seguiva una struttura rigorosamente bipartita:

1. La premessa: introdotta dalla formula "Vistos estos actos y querella criminal", riassumeva le tappe del processo (oggetto, testimonianze e motivazioni in fatto e in diritto).

2. La conclusione: aperta dalla dicitura "Portanto visto lo de ver atendido lo de atender se deve declarar...", conteneva il dispositivo di condanna o assoluzione, la pena e l'imposizione delle spese processuali (gastos processuales), destinate alle casse del barone (cofraes baro-nales).

Il verdetto, che iniziava sempre invocando Jhesus Christus, si condensava nella formula: "... el juez ordinario inseguiendo lo que de derecho y el voto y parecer del infr.to consultor pronuncia y declara sentenza que...", e veniva firmato dal giudice ordinario e dal consultore.

La pubblicazione e le pene: la dura realtà delle carceri

La sentenza veniva letta e pubblicata entro i termini di legge alla porta della Curia, alla presenza di due testimoni e, se necessario, spiegata in lingua sarda per essere compresa dal popolo. In caso di condanna all'esilio in contumacia, la sentenza veniva proclamata al suono di tromba e tamburo, anche davanti all'abitazione del reo. Le pene erano prevalentemente di carattere pecuniario, sebbene non mancassero condanne all'esilio e alla galera (il lavoro forzato sulle navi). Il carcere vero e proprio veniva inflitto raramente, e per una ragione puramente economica: i detenuti non dovevano gravare sul bilancio del feudatario, tanto che spesso dovevano procurarsi il cibo da soli. Le carceri baronali godevano di pessima fama: erano piccoli locali angusti, privi di tutto, persino di aria e luce a sufficienza.

Incarica e Machizia

Due interessanti istituti giuridici oggi scomparsi ma anticamente ben presenti nei documenti e strettamente legati alle comunità dei villaggi da tempo immemore erano la "Incaricabasato sul principio della responsabilità collettiva in materia penale: se nel territorio di una determinata comunità veniva commesso un reato grave - come l'abigeato (furto di bestiame), l'incendio doloso, il danneggiamento dei raccolti o l'omicidio - e il colpevole non veniva scoperto, l'intero villaggio era ritenuto responsabile e doveva pagare una multa collettiva (penale di incarica) risarcendo direttamente il danno subito dalla vittima o dal feudatario. La "Machizia" era un'ammenda che sostituiva l'antica consuetudine di macellare (machiciare) le bestie "tenturare" ossia sequestrate mentre pascolavano nei seminati e in seguito estesa a tutti i casi di danneggiamento di terreni arativi. 

Le cause più comuni presenti nei registri erano principalmente legate come naturale che fosse all'ambito agro-pastorale. Le civili venivano quasi tutte rubricate per debiti derivanti dal diffuso malessere socio-economico, mentre quelle penali riguardanti la criminalità rurale: furto, pascolo abusivo, usurpazione dei terreni. reati contro la persona come ingiurie, minacce, percosse e ferimenti... e l'antica pratica sarda degli spari alla porta in maniera intimidatoria e avvertimento. 

Una passerella antropologica

Al di là dell'aspetto puramente giuridico, queste carte processuali ci restituiscono oggi un valore inestimabile: l'immagine vivida delle comunità e dei villaggi sardi, spesso ingiustamente trascurati dalla storiografia ufficiale. Ognuna di queste "società agro-pastorali comunitaristiche" custodiva tradizioni religiose, giuridiche e comportamentali che ne hanno plasmato l'identità nei secoli, pur nel loro variegato pluralismo, erano i veri custodi della "consuetut de la naciòn sardescha". L'aula della Curia si trasforma così in una sorta di passerella antropologica, dove gli abitanti dei villaggi sfilano con le loro virtù e le loro miserie, mostrandoci come affrontavano, giorno dopo giorno, i problemi esistenziali della loro epoca.

La convivenza tra le comunità locali e i funzionari baronali non fu mai pacifica, ma segnata da un costante braccio di ferro per la difesa o l'estensione dei privilegi feudali. Questo scontro latente raggiunse l'apice alla fine del Settecento, quando la Baronia fu investita in pieno dai fermenti rivoluzionari dell'isola. A nulla valse il fatto che nei villaggi fossero già attivi i Consigli Comunitativi (introdotti nel 1771) e, ancor prima, la figura del censore per l'agricoltura – il sindaco – istituita nel XVII secolo: nel 1795, l'esasperazione sociale sfociò nell'insurrezione aperta. 

Durante i celebri moti antifeudali della sarda rivoluzione, la popolazione si ribellò ai rappresentanti baronali, accusati di soffocare l'economia rurale con tributi agrari e tasse regie ormai insostenibili. La reazione di Casa Savoia, terrorizzata dal rischio che venisse messa in discussione la propria autorità regia, fu spietata. La rivolta si chiuse con una feroce repressione: i responsabili pagarono con la galera, il bando perpetuo o con supplizi esemplari, affrontando pubbliche esecuzioni per impiccagione (sas furcas) e squartamento.

Questo assetto rimase in vigore fino agli anni Trenta dell'Ottocento, quando le riforme sabaude e il piano di sottomissione dei diritti feudali, voluto da Carlo Alberto, avviarono lo smantellamento progressivo dei privilegi giurisdizionali. Il 21 maggio 1836, dopo ben quattro secoli, fu abolita la giurisdizione baronale: tramontava così il diritto dei feudatari di amministrare direttamente la giustizia, pilastro politico dell'antico regime. I vecchi villaggi si trasformarono in liberi Comuni del Regno di Sardegna, sebbene il loro definitivo riscatto finanziario gravò interamente sulle casse delle comunità locali. 

Il nuovo ordine giudiziario si riorganizzò attorno alle Giudicature mandamentali, istituite con regio editto il 27 luglio 1838. Tra queste, la Regia Pretura insediatasi a Ploaghe nel 1869 mantenne le sue funzioni per quasi un secolo, fino alla definitiva soppressione avvenuta nel 1963.

L'ultimo barone di Ploaghe fu don Ignazio Aymerich Ripoll, senatore del Regno Sardo e poi d'Italia. Il 10 luglio 1839 con il definitivo riscatto dei feudi di Laconi, Sanluri e Ploaghe, si chiuse un'era: un'operazione finanziaria valutata complessivamente 366.315 lire sarde, a fronte di una rendita annua di 18.315 lire sarde. 

Si ammainò così, dopo quattrocento anni, l'antico stendardo della Baronia e la sua sede fisica, il palazzo della Curia (Corte ' Palatu) a Ploaghe andò lentamente in rovina fino ad essere dimenticato (sopravvissero solo le carceri per un certo periodo) così come d'incanto tutti i personaggi che l'avevano animato nel corso dei secoli.


Don Ignazio Aymerich Ripoll ultimo barone di Ploaghe


Note

1. Uno dei pochi studi documentati sulla Baronia di Ploaghe, a cui ci si è ispirati e si sono tratte numerose notizie per questo articolo, è l'imprescindibile lavoro del ploaghese Gavino Spanedda, Giustiziae comunità nella Baronia di Ploaghe (1420-1839), Carlo Delfino Editore, Sassari, 1995. L'autore fu tra i primi a consultare i preziosi fascicoli del Fondo della Pretura di Ploaghe e a rendersi conto della loro importanza storico-sociale e per la comprensione giuridica del Diritto sardo antico.

2. Archivio di Stato di Sassari, fascicoli processuali della Baronia di Ploaghe poi Pretura di Ploaghe (soppressa nel 1963), Sezione antica - Parte I restaurata (1675-1918). Curia baronale (1675-1836) di cui: 1537 Atti civili (1675-1849), 2620 Atti penali (1766-1848). 

Altri fondi d'archivio sulla Baronia di Ploaghe sono quelli conservati presso l'Archivio Storico del Comune di Cagliari e presso l'Archivio di Stato di Cagliari e relativi all'Archivio e Fondo della famiglia Aymerich. Le carte testimoniano l'attività della famiglia nel territorio della Baronia comprendente le ville infeudate di Ploaghe, Codrongianos, Florinas e Cargeghe. La documentazione ricopre in modo discontinuo un arco di tempo compreso tra i secc. XVII e XIX (1629 - 1878). Scheda del SIUSA Sistema Informatico Unificato per le Soprintendenze Archivistiche

3.  «Serafino de Montanyans venne formalmente concesso il titolo di Barone sul feudo di Ploaghe e il privilegio della Generosità con Regio Diploma dell’1.9.1439. E’ la prima volta che in un documento Regio si fa una distinzione, in Sardegna, tra il titolo di Barone e quello di Signore, in quell’epoca e per molto tempo dopo ancora ritenuti titoli paritetici. Quasi una prelusione della scala araldica moderna. Di fatto, tale distinzione non sembra apparire più in documenti né dell’epoca, né posteriori.» Enrico Tola Grixoni: I feudi di Ploaghe e Cabu Abbas (Giave e Cossoine), Cargeghe e Codrongianus.

Il documento d'infeudazione del 16 novembre 1420, registrato presso la cancelleria reale con esattezza nel registro 2784, fogli 24-24v dell'Archivio della Corona d'Aragona (ACA).

4. Cargeghe (all'epoca: Cargegue) venne acquistata da Serafino de Montanyans (Montañans) l'8 gennaio 1442 per il prezzo di 1.200 ducati da don Raimondo Ruisech (Rivosecco) conosciuto come don Francesco Gilaberto Centelles. Atto stipulato dal notaio Bernardo Juan nella città di Alghero. Don Francesco dichiara di agire in qualità di erede universale del molto nobile don Raimondo Ruisech (Rivosecco), altrimenti conosciuto come Bernardo de Centelles, suo Padre. Copia settecentesca della vendita in: PARES - Portal de Archivos Espanoles.

5. I due baroni di tale famiglia, rispettivamente 6° e 7°, furono Gerolamo (Hieronimus) Folch de Cardona y Castelvì e il figlio Gioacchino Folch de Cardona y Alagon.  Del primo si conserva ancora murata in una parete della Cattedrale di Alghero la sua lastra tombale e della moglie donna Elena de Alagon (1568). Interessante notare che nell'epitaffio si ha una delle prime menzioni dello status di città attribuito a Ploaghe: «A. QVI. IAZEN. LOS. CVERPOS. DE. LOS. ILL. DON. HIERONIMO. DI. CARDONA. Y. CASTELVI. Y DONA. HELENA. CARDONA SV MUGER. SENORES DE. LA. CIVDAD DE. PLOAGHE… MURIERON… DE. VN. MESMO. ANNO. DE. M.D.L.XVIII». In: S’istoria de sa bidda de Piaghe di Elena CasuAnche nell'inedito testamento del barone don Hieronimo de Cardona y Castelvì (presente tra i documenti digitalizzati sul Portale PARES-Portal de Archivos Espanoles) si attribuisce a Ploaghe il medesimo status di città.

Lastra tombale nel duomo di Alghero 







lunedì 25 maggio 2026

Testimonianze settecentesche su indumenti e tessuti utilizzati dai cargeghesi

 

Giuseppe Ruiu


Gli indumenti, i tessuti e gli oggetti che compaiono nei memoriali in contemplazione di matrimonio rappresentano oggi una delle testimonianze più preziose per la ricostruzione del costume tradizionale sardo, in questo caso specifico del XVIII secolo. Attraverso la descrizione accurata di gonne, corpetti, veli, camicie, gioielli, armi e biancheria domestica, questi documenti permettono di conoscere con precisione i materiali utilizzati, le tecniche sartoriali, il valore economico dei manufatti e il livello di benessere delle famiglie.

Nei memoriali, ogni bene veniva registrato minuziosamente: quantità, qualità dei tessuti, decorazioni, filati e perfino le stime economiche erano annotate con rigore notarile. L’attenzione riservata al corredo femminile era particolarmente dettagliata, poiché esso costituiva una componente essenziale della dote matrimoniale. Lenzuola di lino, tovaglie ricamate, coperte, indumenti personali e ornamenti venivano inventariati uno per uno, offrendo oggi agli studiosi una documentazione di eccezionale valore filologico.

Queste testimonianze consentono non soltanto di ricostruire l’aspetto degli abiti tradizionali, ma anche di comprendere il ruolo sociale ed economico del vestiario nella Sardegna del passato. Possedere determinati tessuti o gioielli significava infatti manifestare prestigio, stabilità economica e appartenenza familiare. Al contrario, l’assenza di un corredo adeguato poteva rappresentare un serio ostacolo alla possibilità di contrarre matrimonio.


Abiti e tessuti tradizionali Cargeghesi

I memoriali in contemplazione di matrimonio — noti anche come atti di dote, promesse matrimoniali o capitoli matrimoniali — erano documenti redatti prima delle nozze dai genitori della sposa o dai parenti più prossimi, con lo scopo di registrare i beni destinati alla futura unione. In molti casi si trattava di semplici elenchi domestici; nei contesti più formali, invece, venivano stilati da un notaio, che certificava ufficialmente la consegna dei beni allo sposo. Pur amministrandoli, quest’ultimo non ne diventava proprietario esclusivo, poiché la dote rimaneva giuridicamente legata alla donna.

In Sardegna tali memoriali costituiscono una fonte storica di straordinaria importanza. Grazie alla precisione lessicale e descrittiva con cui venivano annotati gli oggetti del corredo, essi conservano termini, fogge e dettagli sartoriali che altrimenti sarebbero andati perduti.

Di seguito si propone un elenco di indumenti, tessuti, gioielli e armi - maschili e femminili - tratto da alcuni memoriali in contemplazione di matrimonio cargeghesi, redatti in lingua sarda logudorese e datati al 1718. Come descritto all'interno di tali atti il matrimonio si faceva: “a sa usansa sardisca, que est totu a pare”

In conclusione, un breve glossario aiuterà a chiarire il significato di alcuni termini presenti nei documenti.


Dote di Anguelu de Martis

Unu arquibusu, qustu solet portare sempre.

Un archibugio che questi è solito portare sempre.

Unu cabbanu nou.

Un gabbano nuovo.

Unu (?) nou.

Un (?) nuovo.


Dote di Francina Budrone

Bator belos de (?).

Quattro veli di (?).

Duos belos dopios rugios.

Due veli doppi rossi.

Ses liagabos* de tela de butega totu hirrandados.

Sei bende di tela di bottega tutti ricamati.

Duos mucadores de tela de butega, unu hirrandadu, et su atteru pianu.

Più due scialli di tela di bottega, uno ricamato e l'altro non ricamato.

Duos pañedos, unu de tela de butega, et unu de pobidda*.

Due grembiuli, uno di bottega e uno casalingo.

Bator camisas.

Quattro camicie.

Una bunedda de saya*.

Una gonna di tessuto di saia.

una bunedda de codissu.

Una gonna di (?).

Unu imbustu de damascu, unu de saia francesa.

Un corpetto-busto damascato, uno di saia francese.

Unu coritu de saia.

Un bustino di saia.

Unu cipone de saia.

Una giacca di saia.


Dote di Juanna Budrone

Ses camijas rugias sutiles.

Sei camicie rosse sottili.

Bator mucadores de tela de butega noso.

Quattro scialli di tela di bottega nuovi.

Unu bestire nou pro quexa de saya lilla.

Un vestito nuovo per andare in chiesa di saia lilla.

[?] veladas e bunnedadas.

(?) velate e gonne.

Una cutilla de damascu nou.

Un corsetto damascato nuovo.

Unu mantu de nobeltà.

Un manto nobile.

Una bunnedda de calamandra* usada et atera de istofa de lana a [?] noa.

Una gonna di lana usata e altra di stoffa di lana a (?) nuova.

Atera cutilla de damascu usada, et atera velada usada.

Altro corsetto damascata usata e altro velato usato.

Tres aneddos de oro, et lorigas et ficas de oro.

Tre anelli d'oro e orecchini e fiche d'oro.

Una paya cun una collana cun quimbe padennostes* de oro et duas [?] de plata.

Una (?) con una collana con cinque rosari d'oro e due (?) d'argento.


Glossario

* Liagabos: lunga benda di tela per avvolgere il capo delle donne allo stesso modo del soggolo delle monache.

* Pobidda: coniuge, consorte, moglie.

* Saia: tipo di intreccio tessile caratterizzato da una rigatura diagonale.

* Calamandra: tessuto fine di lana.

* Padennostes: paternoster, rosari.


lunedì 4 maggio 2026

La casa parrocchiale di Cargeghe attraverso i secoli

 

di Giuseppe Ruiu



La casa parrocchiale di Cargeghe - della quale ci si era già occupati in questo precedente articolo La casa parrocchiale di Cargeghe, foto-inchiesta - a causa delle condizioni architettoniche in cui versava soprattutto negli ambienti interni, particolarmente evidenti nelle sue pitture murarie e stucchi di probabile origine sette-ottocentesca, è l'edificio storico più grande dell'abitato del paese.

Il corpo centrale a un solo piano terreno, suddiviso in numerose camere comunicanti tra loro è ciò che rimane di un complesso più grande costituito da una palazzina a due piani abbattuta nella seconda metà del XX secolo insieme a una torretta e da un vasto giardino con vigna. Nella parte retrostante altri due ambienti sottostanti fungevano da magazzino e altri ancora non più accessibili poiché murati.

Registrata in Catasto al n. 60, in Via della Chiesa Parrocchiale ai numeri civici 6, 4, 8. Quantità dei piani/vani: 2/20. Territorio, Mappa, Sezione o rilevamento: H. Numeri o marche di mappa o di sezione principali o di appezzamento: 560. Data o numero della voltura o variazione di carico e causa ed atto per cui si fa luogo: 1882 - 22 luglio, numero 136 per successione...

Ricostruzione della Planimetria dell'intera struttura

Parte di questo vasto complesso è ancora visibile in una foto degli anni '50 del 1900, separato dalla chiesa parrocchiale da un cortile interno che può essere riconosciuto nel cinquecentesco “cimitòriu de Santu Chirigu” menzionato già dal XVI secolo nei registri parrocchiali quale antico cimitero del villaggio di Cargeghe. La scarna documentazione d'archivio ha impedito fino a ora di comprendere appieno quale fosse l'origine e la funzione di questa struttura nei secoli precedenti alla sua donazione alla parrocchia del paese.

La casa parrocchiale così come appare in una fotografia del 1957.
  Giovanna Santoru (a cura di), “In Cargeghe”, Editoriale Documenta, Cargeghe, 2010. 
Si ringrazia la famiglia Marras-Sotgia e l'Editoriale Documenta.


A chi appartenne tale proprietà e chi furono i suoi possessori?

Una certa tradizione, di cui non si conosce l'origine, ne attribuisce il possesso al famigerato Duca dell'Asinara don Antonio Manca Amat Marchese di Mores, tra i più potenti e temuti feudatari del nord Sardegna. La Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le provincie di Sassari e Nuoro, nel suo Catalogo Generale dei Beni Culturali (Catalogo generale dei Beni Culturali, casa parrocchiale, Cargeghe), in relazione alle notizie storiche all'interno della scheda descrittiva sulla casa parrocchiale, Scheda ne attribuisce la proprietà ai duchi dell'Asinara senza fornire però alcun riferimento documentario relativo a tale notizia:

«L'edificio, risalente alla seconda metà del '700, realizzato probabilmente in fasi successive con ampliamento dei vari corpi di fabbrica, versa oggi (ante 2001) in pessimo stato di conservazione. Appartenuto originariamente alla famiglia Manca, duchi dell'Asinara, feudatari, nel XVIII secolo anche di Cargeghe, la casa era la residenza estiva della famiglia, che la utilizzava per il periodo necessario alla riscossione dei tributi e in altre occasioni, come casino di caccia. All'interno sono ancora conservati dei dipinti rappresentanti gli stemmi nobiliari dei proprietari. Nella seconda metà del secolo, non sappiamo se per donazione o altro tipo di alienazione, l'edificio viene a far parte dei possedimenti parrocchiali e adibito a canonica.» In tali notizie storiche viene specificato che tali duchi furono i feudatari di Cargeghe.

In base alla documentazione storica in possesso, come chiarito in un altro precedente articolo, i duchi dell'Asinara non risultano essere mai stati feudatari di Cargeghe: 

Il gonfalone comunale di Cargeghe: cronotassi dei baroni di Ploaghe e altre considerazioni

Il centro logudorese dopo la dissoluzione del Giudicato di Torres – era incluso nella curatoria di Figulinas - passò alla signoria dei marchesi Malaspina (Baronia d'Osilo) e successivamente, in seguito alla devoluzione dei bei sardi dei Malaspina al re d'Aragona, Cargeghe, dopo alcuni passaggi nominali a feudatari catalano-aragonesi o comunque fedeli alla Corona, venne acquistato dal magnate sassarese Serafino di Montañans (Montanyans, Montagnano) e incluso nella Baronia di Ploaghe, parte del Regno di Sardegna, concessa in feudo proprio al Montañans che divenne signore feudale di Ploaghe. Successivamente la Baronia passò per legami matrimoniali ai Castelvì marchesi di Laconi e ancora in seguito agli Aymerich per essere alla fine devoluta al fisco regio con il riscatto dei feudi nel 1839 dall'ultimo possessore don Ignazio Aymerich Ripoll marchese di Laconi, Barone di Ploaghe e senatore del Regno.


La prima menzione di quella che ancora non era la casa parrocchiale (già resa nota in questo blog) è presente all'interno di un documento presente nei registri parrocchiali di Cargeghe (Registro dei battesimi 1, 1569-1633, f.85/r.), copia notarile di un legato testamentario del fu Juanne Anguelu de Serra et Manca, dell'anno 1632, che in logudorese seicentesco recita: «et subra su istallu sou de pianu de queya (q[ue] constat de 19 aposentos ej su palateddu).» Pare di comprendere che su “istallu” (antico termine logudorese per indicare una casa a un piano terreno con più stanze) nel piano della chiesa “pianu de queia” costituito da 19 camere “aposentos” e la palazzina “ su palateddu”, altro non fosse che l'attuale casa parrocchiale che presente già in quell'anno apparteneva al suo primo proprietario a noi noto il cargeghese Juanne Anguelu de Serra et Manca (i figli in seguito assunsero il solo cognome Manca). Il documento menziona inoltre il bisnipote del proprietario “bisnepote de su testadore”, il reverendo cargeghese Pedru Paulu Manca Virdis, che nel 1736 per tramite del notaio Larentu Fadda di Florinas fece copia di tale legato poiché all'epoca proprietario a sua volta di parte della struttura. I Manca cargeghesi, forse appartenenti alla piccola nobiltà rurale logudorese per quanto se ne sappia non avevano legami parentali diretti con la blasonata famiglia feudale sassarese dei Manca.

Da tale legato del 1632, grazie a un attento e appassionante lavoro di ricerca, condotto insieme al sindaco di Cargeghe Antonio Ruiu, presso l'Archivio di Stato di Sassari - per il quale si ringrazia per l'estrema disponibilità e cortesia la direttrice dott.ssa Federica Puglisi e tutto il personale - si è partiti con l'intento di ricostruire parte dei passaggi di proprietà (non è stato possibile reperire tutti gli atti notarili ricercati) del complesso conosciuto oggi come “casa parrocchiale” per giungere fino al suo ultimo trasferimento alla parrocchia di Cargeghe nel 1902.

La proprietà della struttura dal 1632 rimase in capo alla famiglia de Serra et Manca (poi solo Manca) per circa 140 anni, passando da Juanne Anguelu de Serra et Manca al figlio Antoni Manca Sanna, citato in un documento del 1669 quale proprietario di un “istallu", una casa terrena a più stanze nella via della chiesa: «(…) In su logu naradu carrugiu de quexia, custu terminat de una parte cun domo de Nadolia Manca et de atera parte terminat a parte de nantis cun su istallu de Antoni Manca carrera mediante et de atera parte cun a parte de segus terminat cun vingia de nois dictos coniuges.» (Archivio parrocchiale di Cargeghe. Copia di atto di vendita di una vigna, Cargeghe, 13 settembre 1669).

Alla morte di Antoni Manca Sanna la moglie Anguela de Riu y Larca di Mores continuò a occuparsi del legato pio del 1632 sul bene, dopodiché il bene passò al figlio Diegu Manca de Riu, coniugato con Dominiga Virde et Seque di Ossi, per giungere poi a due dei suoi numerosi figli: il reverendo Pedru Paulu Manca Virdis, in seguito rettore del paese, e Gavinu Ignaciu Manca Virdis.

Nella prima metà del XVIII secolo abbiamo dunque due proprietari: i fratelli Manca Virdis, mentre una porzione centrale di tale struttura risulta appartenere a una terza proprietaria la vedova cargeghese Mathia Biddau che probabilmente ne venne in possesso nel corso dei vari passaggi di proprietà all'interno della famiglia Manca. 

Nel testamento di tale Mathia Biddau si parla della sua casa confinante con quella del reverendo Pedru Paulu Manca Virdis sulla quale viene costituito un legato pio in favore sempre del reverendo Manca suo curatore, il quale insieme al fratello diventeranno gli unici proprietari dell'intera struttura. Il documento recita in sardo logudorese settecentesco: «Item fatto mencione heo dicta testante que subra sa domo que habito situada in sa carrela de Parroquiale Ecclesia de custa dicta villa questa cunfrontat cun domos de su reverende Pedru Paulu Manca et cun alijis costumo pagare doñi annu unu sensale de proprietade (37#10?) et pencione annua tres liras, pro rexione de unu ligadu piu subra sa dicta domo fundadu. Quergio et cumando qui siguida siat sa morte mia si apat a avalorare dicta domo totu cuddu de subra et pius qui bi querat de sa referida cantitdade de (37#10?). Lu ligo et lasso a favore Reverende Pedru Paulu Manca sacerdote de custa dicta villa a su quale nomeno curadore de sa anima mia et de custu presente testamentu meu executore (...)» (Archivio di Stato di Sassari, notaio Lorenzo Fadda, anno 1738)

La porzione del fratello del reverendo: Gavinu Ignaciu Manca Virdis, viene invece indicata precisamente all'interno dell'abitato del paese in un altro documento notarile: «Ittem si hat (?) pactadu, firmadu et juradu que dictu Gavinu Ignaciu Manca (?) et sustentu de su presente matrimoniu et in contemplacione de custu cussos (?) vinculos et condiciones subra (?) si aportat et consituit totu sas cosa siguentes = Primu duas domos terrenas contiguas situadas intro custa presente villa que cunfinan de una parte a su portale de sa Parroquiale Ecclesia de custa dicta villa et de atera parte a domo de Mathia Biddau, a parte de segus cun corte de su Reverende Pedru Paulu Manca cun alijis (...)» (Archivio di Stato di Sassari, memoriale di donazione in contemplazione di matrimonio, notaio Lorenzo Fadda, anno 1743)

Il menzionato portale della chiesa parrocchiale che confina con le due case, fa riferimento al portale che dava accesso al cimitero in quanto viene meglio specificato nella registrazione di morte, in lingua castigliana, della Biddau presente all'interno dei registri parrocchiali di Cargeghe dove viene ricordato il legato pio del suo testamento: «(...) hijò testamento en poder del discreto nottaro Lorenço Fadda de Florinas el dia 28 de julio del año cerca 1738. (?) a favor de su alma una casa terrena que habitava questa en la plaça de la Parroquial Iglesia serca del portal del cemiterio que alinda por essa parte a casa de Gavino Manca Virdis, y por otro lado y tambien por las espaldas a casas y cortijo del Rector Pedro Pablo Manca Virdis, y por delante calle principal mediante a la ultima casa de la hilera (…)» (Quinque Libri, Registro dei battesimi 6, f.73/r, anno 1739)

Viene chiaramente specificato che la casa della Biddau si trovava vicino al portale del cimitero e da quella parte confinava con la casa di Gavino Ignazio Manca mentre dalla parte opposta e alle spalle confinava con la casa e cortile del rettore Pietro Paolo Manca, mentre nella via davanti stava di fronte all'ultima casa della schiera, oggi via Roma n. 3/5.

Ricostruzione della parte alta dell'attuale via Roma come descritta negli atti notarili del XVIII sec.

Alla morte dei fratelli Manca Virdis tutta la struttura passerà agli ultimi eredi Manca. 

Gavinu Ignaciu, coniugato con la cargeghese Juanna Satta Usai, alla sua morte nel 1748 lascerà tutti i suoi beni all'unica figlia Maria Dominica Manca Satta. Mentre alla morte del rettore nel 1750 verrà lasciato gran parte del suo patrimonio alla nipote, sempre Maria Dominica Manca Satta e alla sorella Angela Manca Virdis, andata in sposa a Luciano Bagiella di Sorso.

Il testamento del rettore Manca nella parte di interesse recita sempre in sardo logudorese: «(...) Item declarat chi su patrimoniu sou lu apesit vinculadu dae su babu, foras sa terza parte, sa quale bi la lasesit senza vinculu in testamentu; et gasi queret qui sas duas partes vinculadas si las apan a dividire sos frades et sorres suos comente cumandat su quondam babu sou. Item declarat qui cando cojuesit a su quondam frate sou Gavinu Ignaciu Manca li promitesit sa sa meidade de sa legitima qui li podiat pertocare de sos benes qui si lin constituesin in patrimoniu, et gasi queret qui si apat a dare a sa figia de dictu quondam frade sou chamada Maria Dominica MancaItem declarat qui cojuesit a sa sorre sua Anguela Manca Virdis cun Lucianu Bagiella de sa villa de Sorso asa quale li promitesit totu sas cosa contenidas in su memoriale qui reposat in podere de dictu Bagiella. De sas quale cosas, parte ni at recidu, segundu constat per recivos firmados de dictu Bagiella, et parte no at recidu, et gasi queret si li apat a dare a cumplimentu totu. (...)» (Archivio di Stato di Sassari, notaio Lorenzo Fadda, anno 1750)

Da questo momento la mancata reperibilità della documentazione notarile non permette di accertare precisamente gli ulteriori passaggi di proprietà della struttura fino al suo ultimo possessore, come vedremo: il nobile thiesino, ma con radici cargeghesi, don Luigi Nurra Flores, ultimo rappresentante dei Nurra a Cargeghe.

Quello che pare di comprendere è che beneficiaria dell'intero grande edifico con giardino e vigna fu Maria Dominica Manca Satta che ereditò, come detto, dal padre Gavino Ignazio le due case e la restante parte la ebbe dallo zio rettore Pietro Paolo come erede del fratello. Andrà in sposa diciannovenne nel 1759 al cavaliere cargeghese Francisco Satta y Flores, personaggio di spicco della Cargeghe settecentesca, il cui antenato un "donzel" appartenente alla famiglia Satta y Grixoni che nel 1680 arrivò da una Ozieri lacerata da faide tra due opposti schieramenti conosciuti come “la Plaça y la Viñaça”. 

Erede della coppia fu il cavaliere Andreas Satta Manca nato nel 1768 e morto a ventisette anni nel 1795. Insieme al padre furono due dei quattro nobili rappresentanti cargeghesi nello Stamento Militare del Regno di Sardegna in quei turbolenti anni di fine XVIII secolo che vide il propagarsi della “Sarda rivoluzione” guidata dall'Alternos Giomaria Angioy. Gli altri due furono don Francesco Giuseppe Flores Serra (Thiesi, c.1730-Cargeghe, 1803) e il genero don Francesco Giuseppe Nurra Delogu (Thiesi, c.1762-Cargeghe, 1809).

La proprietà dell'intera “casa parrocchiale” rimarrà in capo alle famiglie Satta-Flores-Nurra fino al suo ultimo proprietario.

Sul filo della supposizione (dato che non è stato possibile reperire il testamento di don Andreas Satta Manca) l'edificio finì proprio nelle disponibilità del thiesino don Francesco Giuseppe Flores Serra, padrino di cresima del cav. Andreas e coniugato a Cargeghe nel 1762 con donna Maria Pasqua Pinna di origini ittiresi, i quali ebbero una sola figlia: donna Anatolia Flores Pinna nata a Cargeghe nel 1764, nonna paterna dell'ultimo proprietario che la citerà nel suo testamento: «(...) ed inoltre di altre cinque messe cantate dal Capitolo nella Chiesa di San Nicolò (…) la quinta a suffragio dell'anima di mia avola paterna Donna Anatolia Flores, di cui ne tenni e ne terrò sempre carissima memoria» (Archivio di Stato di Sassari, notaio Gavino Me Fois, anno 1881)

Andrà in sposa nel 1783 al comandante del battaglione di fanteria miliziana di Ploaghe don Francesco Giuseppe Nurra Delogu, generando molta discendenza, ben tredici figli ma di questi solo una piccola parte sopravvisse fino all'età adulta. Anche la famiglia Nurra apparteneva alla piccola nobiltà rurale che acquisì tra la fine XVII secolo e gli inizi del XVIIIGenealogia della famiglia nobile Nurra Flores di Cargeghe 

Una figlia della coppia: donna Efisia, nel 1805 ebbe come padrino di battesimo, seppur per  procura, il famigerato generale Antonio Grondona Lopez comandante delle truppe regie che nei primi di ottobre del 1800 represse nel sangue l'insurrezione degli abitanti di Thiesi in “Sa die de s'atacu”. Gli eredi delle due famiglie, come vedremo, si unirono in matrimonio anni dopo.

All'interno della struttura nella parte più nobile, decorata con stucchi e pitture murarie compaiono alcuni blasoni araldici (ogni famiglia nobile seppur piccola ne possedeva uno) e tra questi, con buona dose di fantasia, pare di scorgere quello dei Nurra con la torre-nuraghe ardente, così come quello a motivi floreali dei Flores, quello dei De L'Arca e ultimo potrebbe riferirsi a quello dei Solinas che rappresenterebbero le antiche famiglie proprietarie. 

Furono i maestri e artigiani napoletani dimoranti a Cargeghe nel XVIII sec.
a realizzare gli stucchi e le pitture murarie delle volte?

Fu probabilmente quest'ultimo nucleo familiare dei Nurra Flores a ereditare l'intera “casa parrocchiale” e da tale periodo a essere conosciuta come “casa Nurra”, così come ci venne descritta dal canonico ploaghese e studioso di antichità Giovanni Spano «(...) A man sinistra dentro il villaggio di Cargeghe si ha per tradizione che n'esistessero tre [nuraghi-nda], i quali furono demoliti per costrurre il monte granatico, la Parrocchia e la casa Nurra.» Memorie sopra i nuraghi di Sardegna”, 1867.

Primogenito maschio della famiglia fu don Francesco Maria Lorenzo Raimondo Antonio Nurra Flores nato a Cargeghe nel 1789. Egli si trasferirà a Thiesi dove sposerà la cugina donna Maria Francesca Flores Serra. Erede dei beni paterni cargeghesi fu il figlio della coppia l'avvocato don Luigi Nurra Flores, nato a Thiesi verso il 1812. Sposerà a Cagliari il 30 gennaio del 1844 la thiesina donna Caterina Angela Grondona Solinas (Thiesi, c.1822-Sassari, 1902) Figlia del cavalier don Vincenzo Grondona Flores di Cagliari e di donna Antonia Solinas di Banari, i quali in vecchiaia soggiorneranno spesso a Cargeghe.

La coppia Nurra-Grondona non ebbe figli e dimorerà a Sassari nella via Canopolo al civico 14 mentre nel periodo estivo, per sfuggire alla calura della città, a Cargeghe in casa Nurra. Don Luigi, come detto nipote di donna Anatolia Flores, fu sindaco del paese verso la metà del XIX secolo, tra il 1850 e il 1855. Curiosamente venne citato nel libro di Enrico Costa: Giovanni Tolu. Storia di un bandito narrata da lui medesimo”, 1897:

Il passaggio del libro nel quale viene menzionato

Donna Caterinangela, conosciuta a Sassari come nobildonna pia e benefattrice anch'essa proprietaria, per parte materna dai Solinas, di alcuni beni a Cargeghe (una casa e una vigna) che lascerà in eredità ai nipoti Garau-Grondona figli della sorella (A.d.S. di Sassari, notaio Pietro Tanchis, anno 1902). 

Al centro seduta donna Caterinangela Grondona Solinas.
Alla sinistra donna Antonina Garau Grondona don 
Raimondo Garau Grondona figli di don Enrico Garau Boy 
e Maria Teresa Grondona Solinas; all'estrema destra, 
donna Isabella Dettori Dettori di Padria sposata 
con Raimondo Garau Grondona. Si ringrazia la Signora
Teresa Garau per la sua fotografia e le notizie a corredo.


Nel testamento olografico di don Luigi redatto nel 1875 e registrato nel 1881, come detto presente presso l'A.d.S. di Sassari (notaio Gavino Me Fois, anno 1881), viene precisamente e puntigliosamente specificata l'assegnazione di ogni suo singolo bene terreno. Alla moglie quale sua esecutrice testamentaria, per quanto concerne i suoi numerosi beni cargeghesi, viene così specificato: «Parimenti le lascio in perfetta proprietà il molino idraulico che possiedo nei territori di Cargeghe colla rispettiva dotazione di terra aratoria, ed il più del circonvicino tratto di terreno detto “S'Iscia de Briattia”. (...) Inoltre lascio la medesima in perfetta proprietà tutti li mobili, argenteria, lingeria, batteria di cucina, stiva di botti e di giarre che si troveranno al tempo del mio decesso dentro le mie case di Sassari e Cargeghe, per essere stati tali effetti acquistati nella massima parte costante matrimonio.» 

E ancora: «Lego finalmente a favore della ridetta mia carissima moglie l'usufrutto universale di tutti li altri miei beni, dispensandola dall'obbligo dell'inventario e di cauzione. Però durante il suo vivente resterà obbligata a soddisfare agli oneri delle sei feste e delle due novene nel modo che in appresso mi farò a specificare nel legato che riguarda il Parroco Protempore del villaggio di Cargeghe.»

Ma veniamo alla sua abitazione principale di Cargeghe, quella che diventerà la "casa parrocchiale" grazie a tale legato: «Appena lasciato l'usufrutto universale lasciato a mia moglie, oppure nel caso il medesimo non possa aver luogo, voglio che la casa di mia abitazione nel villaggio di Cargeghe, coll'annesso cortile e vigna, non ché il chiusetto attiguo detto “Binza de Funtana”, e la vigna denominata “Zia Maddalena” (b), ed attiguo chiusetto detto “S'Oliariu”, passi in perfetta proprietà del Parroco protempore di quel villaggio, ma coll'obbligo assoluto di far celebrare annualmente in quella Chiesa parrocchiale le feste coi giorni fissati dal Direttorio Diocesano del Glorioso Patriarca San Giuseppe, di Sant'Antonio di Padova, di San Francesco di Paola, di San Raffaele Arcangelo, e dei S.S. Cuori di Gesù e Maria, facendo precedere a queste due ultime feste la relativa novena con esposizione del Venerabile, onde così vi è più promuovere la divozione di quei fedeli verso questi nobilissimi cuori. (...) Lascio perciò alla stessa chiesa li quadri che tengo in casa di Sant'Antonio, di San Francesco di Paola e di San Raffaele che si terranno sempre esposti alla pubblica venerazione. Come altresì ordino che ove quella Chiesa non li avesse ancora, si comprino subito li due quadri dei S.S. Cuori di Gesù e di Maria, che prescrivo sieno dipinti in tela da discretto pennello e si tengano sempre appesi ai due lati dell'Altare Maggiore.»

In questo passaggio viene specificato ancora meglio in merito al rispetto del legato sui beni che passeranno al parroco pro tempore di Cargeghe: «Impongo per ultimo l'obbligo allo stesso Parroco di Cargeghe di tenere in ottimo stato tanto la casa, come le due vigne, e chiusetti. (...) Caso il Rettore di Cargeghe ometesse anche per una sola volta di adempiere a qualcuno degli oneri sovra indicati al presente legato, oppure di tenere in ottimo stato tanto la casa, come le vigne e chiusetti, voglio ed ordino, che dopo essersi ben appurato l'inadempimento, si faccia tosto il medesimo decadere da questo lascito, e ne assumerà immediato possesso il Parroco, o Vicario Parrocchiale del circonvicino Comune di Muros, il quale dentro il perentorio termine d'un anno computando dalla date della presa possessione sarà nello stretto obbligo col consulto e direzione dell'Ordinario Diocesano di procedere alla vendita a pubblica gara di tutti quei stabili (...) Da siffatto ricavo si dovranno comprare in appresso tante Cartelle dello Stato intestate a favore della Chiesa Parrocchiale di Cargeghe che valgano ad assicurare largamente l'annuale adempimento a tutti li surriferiti oneri di feste, di anniversari e di messe recitate. (...) Soppravvanzandovi somma come pare presumibile, si impiegherà tutta nell'acquisto di altre cartelle dello Stato intestando a beneficio della Chiesa Parrocchiale di Muros, la quale sarà in obbligo per quanto le competeranno quegli interessi annuali di celebrare annualmente le feste dei S.S. Cuori di Gesù e di Maria, con precedente novena da farsi con esposizione del Venerabile. Ed ove quella chiesa non ancora ancora i simulacri o dipinti, si spenderà anzitutto a comprare quei due quadri in tela che desidero restino sempre affissi all'altare maggiore di quella Parrocchia. Raccomando perciò ed incarico sotto responsabilità della propria coscienza al rettore o Vicario Parrocchiale di Muros di sorvegliare scrupolosamente nell'esatta osservanza di tutti gli anzidetti oneri, nonché nella buona tenuta della casa e vigne, da farsi dal legatario Parroco di Cargeghe, richidendolo altresì a dargli annualmente giustificati conti, sui quali, sui quali non potrà rifiutarsi, ne indugiare sotto pena di pagare del proprio Lire it. Cento al richiedente Rettore di Muros, o Vicario Parrocchiale, ; ed al medesimo perciò ordino che dai frutti del predetto legato sia corrisposta annualmente la somma di Lire it. 25, in segno di compenso del presente incarico.»

Ulteriori case poste di fronte alla principale verranno lasciate alla sua domestica: «Le tre attigue case basse con annessi cortili, che possiedo in Cargeghe in prospetto alla mia abitazione e di cui una ve ne sarebbe destinata attualmente a servizio di scuderia, voglio che appena spirato l'usufrutto universale legato a favore di mia moglie, passino in perfetta proprietà della mia antica e fedele serva Francesca Fele di Bessude, ed ivi domiciliata; e non trovandosi la medesima in vita al tempo dell'(apperta?) successione, vi succederanno i suoi figli, coll'obbligo nell'una o negli altri di far celebrare in quel villaggio un trentenario di Messe recitate per una sola volta secondo la mia intenzione.»

Alla morte della moglie donna Caterinangela Grondona nel 1902, tutto l'edificio passerà definitivamente alla Parrocchia di Cargeghe e al suo parroco protempore fino ad oggi, che lo riconvertiranno in nuova casa parrocchiale. 

A conclusione di questo lungo articolo credo si possa considerare che sia stata gettata nuova luce su una delle strutture civili più antiche e nobili di Cargeghe che, stando alla documentazione, ha origini almeno seicentesche. Ricostruiti in buona parte, nonostante la mancata reperibilità di alcuni atti notarili, i suoi numerosi passaggi di proprietà e l'origine dei suoi proprietari sui quali si è favoleggiato a lungo: addirittura il duca dell'Asinara, che a ben vedere però non viene mai citato in nessun documento consultato.