venerdì 3 luglio 2026

La Baronia di Ploaghe: spirito e forma

 

di Giuseppe Ruiu


Questo lavoro si propone, in primo luogo, di illustrare lo spirito e le dinamiche dell'istituzione feudale conosciuta come la “Baronia di Ploaghe”1. Soprattutto, però, esso persegue l'ambizioso obiettivo di stimolare l'interesse delle odierne Amministrazioni civiche di quei centri un tempo inseriti nel suo perimetro giurisdizionale. L'auspicio è che, attraverso progetti di ricerca mirati, queste istituzioni vogliano farsi promotrici del recupero e della valorizzazione di una memoria documentaria straordinaria, eppure ancora quasi del tutto inesplorata, custodita all'interno degli Archivi di Stato2.

Curare l'edizione critica e la divulgazione di questi fondi archivistici — con particolare riferimento ai procedimenti giudiziari — non rappresenta una mera operazione accademica, ma una chiave d'accesso fondamentale per comprendere la reale funzione del feudo all'interno delle antiche "ville" (villaggi). Riannodare i fili con il passato non è un esercizio di stile fine a se stesso, ma un atto di profonda responsabilità civile: significa riappropriarsi consapevolmente della nostra storia culturale e identitaria, perché solo radicando lo sguardo in ciò che siamo stati, diventa possibile comprendere appieno chi siamo oggi.

I fondi d'archivio riguardano i fascicoli criminali e civili della Curia baronale e sono compresi in un arco temporale che va dal 1674 al 1839 più altri registri che in un certo qual modo attengono sempre all'amministrazione della giustizia. Essi seppur non molto numerosi offrono uno spaccato dell'esercizio del potere feudale lungo due secoli. La loro stessa lingua rispecchia il mutamento dei tempi in questo periodo storico: sardo (prevalente), catalano, castigliano e italiano, spesso commisti tra loro.

Nel 1424, a pochi anni dall'istituzione del feudo, il sovrano aragonese concesse al primo barone il “mero e misto imperio”, investendolo così della massima giurisdizione penale e della più alta competenza nelle cause civili. Le sentenze emanate all'interno della Baronia erano, tuttavia, sempre di prima istanza: il feudo non ottenne mai il privilegio dell'appello, che rimase prerogativa della Reale Governazione di Sassari. Successivamente, a partire dal 1573, il giudizio di terza istanza venne definitivamente devoluto alla Reale Udienza del Regno di Sardegna a Cagliari, ripartito tra la Sala Criminale e la Sala Civile.

Al giorno d'oggi, la memoria storica ha quasi del tutto smarrito le tracce di un'istituzione che per quattro secoli — dall'investitura nel 1420 sino al riscatto dei feudi nel 1839 — ha plasmato nel profondo il territorio e le sue genti. Eppure, pur con tutte le sue intrinseche contraddizioni, la Baronia si configurò come un vero e proprio "Stato in miniatura" inserito nel regno di Sardegna: un microcosmo feudale retto da un apparato giuridico e amministrativo autonomo, divenuto con il passare del tempo sempre più anacronistico, ma capace di incidere per generazioni sulla vita delle comunità locali.

L’analisi storica di un’istituzione feudale non può prescindere dal delicato equilibrio tra la sua architettura giuridica e la realtà antropica ed economica che essa racchiude. Questo contributo intende indagare la Baronia di Ploaghe attraverso il binomio interpretativo di "spirito e forma", seguendone l'evoluzione dalle origini del sistema feudale fino al suo tramonto.

Se la forma si identifica con lo scheletro istituzionale — l'apparato dei diplomi d’investitura, le rigidità del diritto feudale e l’articolazione della Curia baronale preposta all'amministrazione della giustizia e all'esercizio del mero e misto imperio —, lo spirito ne rappresenta la sostanza pulsante. Quest'ultimo si esprime nelle dinamiche materiali del territorio: i rapporti di dipendenza, l’esazione dei tributi, la gestione delle rendite e l'impatto sociale dei privilegi signorili sulla vita quotidiana delle comunità.

Nel lungo percorso che unisce la fioritura dell'età spagnola alla tardiva abolizione ottocentesca, l'indagine sulla Baronia rivela una duplice natura: se in una prima fase la forma giuridica fu lo strumento perfetto per legittimare lo spirito di un potere coercitivo e pervasivo, negli ultimi secoli si assiste a un progressivo scollamento. La rigida impalcatura del diritto feudale si trasformò in una gabbia anacronistica, costretta a misurarsi con uno spirito socio-economico mutato e con una comunità locale ormai orientata verso la modernità e il riscatto della propria terra.

Istituita il 16 novembre 1420 dal sovrano della Corona d'Aragona, Alfonso V "il Magnanimo" — e secondo parte della storiografia sorta inizialmente con il rango di Signoria³ —, la Baronia nacque nell'ambito del riassetto amministrativo e delle ristrutturazioni feudali avviate dalla Corona dopo la definitiva caduta del Giudicato d'Arborea. Il nuovo feudo insisteva principalmente sui territori dell'antico Giudicato di Torres (il Logu de Ore) che un tempo avevano costituito le Curadorias di Ploaghe e Figulinas: terre che le grandi casate dei Doria di origine genovese (imparentatesi con gli ultimi judikes della dinastia Lacon-Gunale) e dei Malaspina della Lunigiana si erano spartite alla dissoluzione del Regno turritano.

Essa aveva il suo cuore politico e amministrativo nell'abitato di Ploaghe. Tuttavia, la sua giurisdizione (circa 200 km quadrati) si estendeva nella sua massima estensione a diversi villaggi limitrofi e ad altri insediamenti rurali oggi estinti come Salvennor, Saccargia, Bedas, Urgeghe, Novaia, Musellano.

Estratto di mappa catastale dell'abitato di Ploaghe con evidenziata l'area 
di Piazza Tola fino al XIX sec. denominata "Corte 'e Palatu" sede dell'antica 
Curia all'interno del palazzo-castello baronale oggi non più esistente

Oltre a Ploaghe, sede della Curia baronale insediata nel palazzo baronale (Corte 'e Palatu), il territorio comprendeva:

Florinas, dal 1420

Cargeghe, dal 1442

Codrongianos, dal 1451


I confini territoriali dell'antica Baronia ricalcati sugli attuali 
confini comunali dei quattro principali villaggi infeudati:
Ploaghe, Codrongianos, Florinas e Cargeghe

Mappa della Sardegna del 1860 di F. Naymiller e F. Pagnoni
con evidenziata la collocazione della Baronia di Ploaghe


La popolazione totale dovette aggirarsi intorno ai 5.000/6.000 abitanti totali con picchi al ribasso come a metà del XVI secolo a causa della grande peste barocca.

Il feudo poggiava insomma su un territorio dal passato luminoso: Ploaghe era stata un'antichissima sede vescovile (fino al 1503, quando la Diocesi fu unita a quella di Sassari) e ospitava nel suo perimetro istituzioni monastiche di immenso prestigio, come la vicina abbazia vallombrosana di San Michele di Salvennor o la splendida Santissima Trinità di Saccargia (Codrongianos). Questo substrato religioso e culturale, unito alla fitta presenza di siti nuragici (studiati poi nell'Ottocento dal celebre canonico ploaghese Giovanni  Spano), rese la comunità al suo interno una delle più dinamiche, seppur tormentate, della Sardegna settentrionale.

Della nuova Baronia (la concessione assumeva la forma del feudo “de more italiae”) venne investito colui che il sovrano definiva affettuosamente “Il magnifich amat del senyor Rey mossen Seraphi de Montanyans”: Serafino I de Montanyans. Notaio e mercante appartenente a una famiglia sassarese di ascendenza catalana (corsa secondo altri). Serafino ottenne il titolo per i servizi resi alla Corona d'Aragona come per l'assedio di Bonifacio in Corsica.

I passaggi successivi videro il feudo ereditato da Serafino II (figlio di Serafino I) e, in seguito, da sua figlia Giovanna. Articolo dedicato alla famiglia Montanyans.


Ricostruzione dello stemma araldico dei Montanyans

Fu proprio grazie al matrimonio di quest'ultima che la Baronia entrò nell'orbita della potentissima casata dei Castelvì. Dopo una breve parentesi sotto i Folch de Cardona, legata anch'essa a intrecci matrimoniali, il controllo ritornò formalmente ai Castelvì con don Giacomo (Jayme). Primo marchese di Laconi e ottavo barone di Ploaghe (nasceva proprio con l'elevazione di Laconi da contado a Marchesato il legame indissolubile, di preminenza e prestigio, con la Baronia ploaghese che però dal punto di vista delle rendite feudali era ben superiore), don Giacomo fu un personaggio di assoluto rilievo nella Cagliari a cavallo tra Cinque e Seicento, nonché prima voce dello Stamento militare del Regno di Sardegna. 

Da quel momento, e fino al Settecento inoltrato, il feudo rimase saldamente nelle mani di questa eminente famiglia. In seguito, attraverso i consueti intrecci matrimoniali dell'aristocrazia dell'epoca, il titolo e i diritti passarono agli Aymerich, anch'essi legati al Marchesato di Laconi, che ne mantennero il controllo fino al tramonto del feudalesimo. Per chi desidera approfondire la successione dinastica qui viene ricostruita l'intera cronotassi dei baroni di Ploaghe.


Ricostruzione dello stemma araldico dei Castelvì


Ricostruzione dello stemma araldico degli Aymerich

Poiché i titolari del feudo quasi mai risiedettero nel suo capoluogo Ploaghe preferendo dimorare presso i propri altri feudi (Marchesato di Laconi) o a Cagliari o direttamente nella penisola iberica essendo alcuni baroni anche “Grandi di Spagna”, la gestione quotidiana e l'amministrazione della giustizia civile e penale di prima istanza erano delegate alla Curia baronale.

Cos'era una Curia baronale? Era l'organo politico, amministrativo e soprattutto giudiziario attraverso il quale il feudatario esercitava il potere sul proprio feudo durante il medioevo e l'età moderna. In parole semplici, era il “tribunale” e il centro di comando del signore locale. La funzione più importante della Curia era quella giudiziaria. Il barone, per concessione del sovrano, aveva il diritto di amministrare la giustizia all'interno del suo territorio. Questo potere si divideva spesso in bassa giustizia: cause civili minori (dispute sui confini, contratti, debiti) e reati penali minori (piccoli furti, risse). L'alta giustizia (o mero e misto imperio): nei feudi più importanti, il barone aveva il diritto di giudicare i reati più gravi, compresi quelli di sangue, e di infliggere la pena di morte. La Baronia in oggetto aveva proprio tale diritto. A tal proposito non rimane traccia dell'antico stendardo del feudatario e del sigillo e armi della Baronia. Probabilmente ogni feudatario utilizzò i propri personali.

Quasi mai il barone giudicava di persona, come detto non risiedeva nel feudo, ma soprattutto perché l'apparato della Curia era affidato e formato da figure a carica temporanea a capo dei quali stava il rappresentante del feudatario che ne incarnava la figura: il luogotenente o ufficiale della Baronia (regidore de sa baronia) al quale era attribuito il titolo di magnifico (magnificu), da ministri di giustizia (delegati di giustizia da metà 1700), dal procuratore (procurador de Corte), dal giudice ordinario (juigue ordinàriu): un ufficiale (offissiale dessa Baronia) che presiedeva i processi (ma lo stesso luogotenente poteva presiederli) che in seguito verrà affiancato da un consultore (consultor) dottore in Leggi per le sentenze. Notai e scrivani (iscrianos de corte) redigevano gli atti dei processi e custodivano l'archivio della Curia. Tutta una serie di figure minori che nel corso dei secoli si aggiunsero e/o mutarono nome e funzione: messi (missos) giurati (jurados), una sorta di polizia rurale che in ogni villaggio erano preposte alla vigilanza del bestiame e dei seminati e al controllo dei terreni: vidazzoni (terreni comuni) e salti (terreni lontani dagli abitati).

A rappresentare il potere del feudatario in ogni villaggio della Baronia era nominato (nomina annuale) un ufficiale locale denominato maggiore di giustizia (majore o mayor de justicia). Egli non era un sindaco eletto nel senso moderno, quelli vennero dopo, ma un rappresentante diretto della Curia. Principalmente i suoi compiti erano quelli della raccolta delle tasse feudali, nella denuncia dei reati (con compiti di polizia giudiziaria) e nell'accertamento ed applicazione delle multe dovute al feudatario. Sovrintendeva inoltre ai pedaggi e le gabelle dovute al signore. Bandiva le ordinanze del barone (sos bandos), che regolavano la vita quotidiana delle comunità (orari dei mercati, uso dei pascoli o dei mulini).

Al majore, oltre ai suoi aiutanti personali, veniva affiancata una ristretta cerchia di “probi uomini” (bonos hòmines), scelti tra gli esponenti più influenti e benestanti delle classi sociali del villaggio, per arbitrare le contese locali e gestire l'ordine pubblico. Tutte le cariche erano molto ambite poiché consentivano una discreta ascesa sociale e spesso portarono a casi di corruzione, inimicizie e vere e proprie faide per il predominio all'interno di ogni comunità.


Miliziani e Barracelli  a cavallo 
(ricostruzione fotografica da stampa antica)

Se guardiamo alla storia della Sardegna, questo sistema baronale si consolidò fortemente con la dominazione aragonese e spagnola, che importò nell'isola un modello feudale assolutamente rigido e rapace. In questo contesto, le Curie baronali rappresentavano il potere immediato con cui le comunità locali (sas biddas) dovevano interfacciarsi.

La Curia baronale nell'applicazione della Legge, nell'irrogazione delle pene si rifaceva al Diritto consuetudinario sardo (consuetut de la naciòn sardescha), una serie di norme non scritte, a cui si subordinava il Diritto scritto, e che originava di certo dalla trecentesca Carta de Logu arborense. I giudici della Baronia non erano certo ignari dell'esistenza di tutta una serie di norme di Diritto sostanziale: Capitoli di Corte, Reali Pregoni, Leggi municipali ecc. ma tutto ciò, come detto, era funzionale e subordinato alla consuetudine locale fino all'emanazione del Codice Feliciano nel 1827.

Come si amministrava la giustizia nella Sardegna dei secoli passati? Entrare nell’aula di un tribunale della Curia baronale significa fare un salto in un mondo regolato da rituali precisi, formule solenni e profonde disuguaglianze sociali. Ma significa anche aprire una straordinaria finestra antropologica sulla vita quotidiana delle comunità agro-pastorali dell'isola. Ecco come funzionava, passo dopo passo, la macchina giudiziaria dell'epoca.

Una giustizia d'élite: le barriere economiche

La giustizia, nel tribunale della Curia, non era uguale per tutti: l'accesso dipendeva in larga misura dal censo. L'istruzione dei processi più complessi "fulminar processo", comportava costi talmente elevati da spingere l'amministrazione a porre un limite drastico. Per ragioni di risparmio, questi processi potevano essere avviati solo se la pena in gioco superava una determinata cifra stabilita da un Pregone (un bando) viceregio. Per i reati minori, con pene inferiori alla soglia, ci si doveva limitare al dibattimento orale, mentre le cause minime venivano delegate ai rappresentanti locali dei villaggi (maggiori di giustizia), che le risolvevano con rito sommario. A gravare ulteriormente sui ceti meno abbienti vi era una pesante barriera fiscale: persino le sentenze erano tassate, rendendo la tutela dei propri interessi un lusso che i più poveri non potevano permettersi.

L’avvio della causa e il processo informativo

Il procedimento giudiziario poteva aprirsi ex officio (d'ufficio) su iniziativa del giudice – informato della notizia di reato – oppure su relazione del procuratore di Corte e dei ministri obbligati per ufficio, come i barracelli (già citati dal 1674, fasc. 281), giurati e maggiori. L'alternativa era la querela di parte, alla quale si associava il procuratore. L'azione penale diventava ufficialmente operativa solo dopo un formale atto di accoglimento: "Se admitte sa dicta querella". Il processo criminale si divideva in due fasi complementari: quella informativa (o offensiva) e quella difensiva. Durante la fase informativa, l'imputato si trovava in una posizione di netta inferiorità: non poteva partecipare al processo se non per essere interrogato. Un dettaglio storico rilevante è che nelle carte non si fa mai menzione, né diretta né indiretta, dell'uso della tortura per estorcere confessioni.

La parola ai testimoni: sos testigos

Subito dopo l'introduzione della causa, il procuratore, su mandato dell'ufficiale, compilava l'elenco dei testimoni (de sos testigos). La testimonianza era ammessa a partire dai quattordici anni d'età. Il rito era solenne: il testimone doveva prestare giuramento nelle mani del giudice toccando la Croce. L’interrogatorio avveniva a porte chiuse tra il giudice e il testimone, alla sola presenza del notaio. Dopo aver declinato le proprie generalità, il teste rispondeva a domande formulate in articoli "chiari e distinti". Il notaio registrava le risposte in discorso diretto o indiretto. Al termine, il testimone firmava il verbale; tuttavia, data l'altissima percentuale di analfabetismo, nella maggior parte dei casi era il notaio o lo scrivano a sottoscrivere l'atto per fare fede, apponendo la formula: De su qui facto fide.

La difesa e l'assenza di arringhe

Concluso il processo informativo, si procedeva alla sua pubblicazione e si apriva la fase difensiva, il dibattimento vero e proprio. Le parti potevano presentare prove documentali e testimoniali, beneficiando di un massimo di tre dilazioni per produrre ulteriori argomenti a proprio favore. La procedura non prevedeva l'assistenza obbligatoria di un avvocato difensore e, anche quando presente, non gli era permesso tenere un'arringa prima della sentenza. Del resto, la figura dell’avvocato dei poveri rimase sempre marginale. Non era prevista nemmeno una requisitoria orale del procuratore di Corte, il quale poteva solo presentare suppliche scritte per sollecitare l'assoluzione, la condanna o la remissione dei termini.

La lingua e la struttura della sentenza

L’aspetto linguistico dei documenti rivela la complessa stratificazione storica dell'isola. Sebbene la lingua sarda fosse onnipresente in ogni fase del procedimento verbale, non venne mai utilizzata per la stesura scritta delle sentenze. Si usò in origine il catalano, poi il castigliano e infine l'italiano.

La sentenza seguiva una struttura rigorosamente bipartita:

1. La premessa: introdotta dalla formula "Vistos estos actos y querella criminal", riassumeva le tappe del processo (oggetto, testimonianze e motivazioni in fatto e in diritto).

2. La conclusione: aperta dalla dicitura "Portanto visto lo de ver atendido lo de atender se deve declarar...", conteneva il dispositivo di condanna o assoluzione, la pena e l'imposizione delle spese processuali (gastos processuales), destinate alle casse del barone (cofraes baro-nales).

Il verdetto, che iniziava sempre invocando Jhesus Christus, si condensava nella formula: "... el juez ordinario inseguiendo lo que de derecho y el voto y parecer del infr.to consultor pronuncia y declara sentenza que...", e veniva firmato dal giudice ordinario e dal consultore.

La pubblicazione e le pene: la dura realtà delle carceri

La sentenza veniva letta e pubblicata entro i termini di legge alla porta della Curia, alla presenza di due testimoni e, se necessario, spiegata in lingua sarda per essere compresa dal popolo. In caso di condanna all'esilio in contumacia, la sentenza veniva proclamata al suono di tromba e tamburo, anche davanti all'abitazione del reo. Le pene erano prevalentemente di carattere pecuniario, sebbene non mancassero condanne all'esilio e alla galera (il lavoro forzato sulle navi). Il carcere vero e proprio veniva inflitto raramente, e per una ragione puramente economica: i detenuti non dovevano gravare sul bilancio del feudatario, tanto che spesso dovevano procurarsi il cibo da soli. Le carceri baronali godevano di pessima fama: erano piccoli locali angusti, privi di tutto, persino di aria e luce a sufficienza.

Incarica e Machizia

Due interessanti istituti giuridici oggi scomparsi ma anticamente ben presenti nei documenti e strettamente legati alle comunità dei villaggi da tempo immemore erano la "Incaricabasato sul principio della responsabilità collettiva in materia penale: se nel territorio di una determinata comunità veniva commesso un reato grave - come l'abigeato (furto di bestiame), l'incendio doloso, il danneggiamento dei raccolti o l'omicidio - e il colpevole non veniva scoperto, l'intero villaggio era ritenuto responsabile e doveva pagare una multa collettiva (penale di incarica) risarcendo direttamente il danno subito dalla vittima o dal feudatario. La "Machizia" era un'ammenda che sostituiva l'antica consuetudine di macellare (machiciare) le bestie "tenturare" ossia sequestrate mentre pascolavano nei seminati e in seguito estesa a tutti i casi di danneggiamento di terreni arativi. 

Le cause più comuni presenti nei registri erano principalmente legate come naturale che fosse all'ambito agro-pastorale. Le civili venivano quasi tutte rubricate per debiti derivanti dal diffuso malessere socio-economico, mentre quelle penali riguardanti la criminalità rurale: furto, pascolo abusivo, usurpazione dei terreni. reati contro la persona come ingiurie, minacce, percosse e ferimenti... e l'antica pratica sarda degli spari alla porta in maniera intimidatoria e avvertimento. 

Una passerella antropologica

Al di là dell'aspetto puramente giuridico, queste carte processuali ci restituiscono oggi un valore inestimabile: l'immagine vivida delle comunità e dei villaggi sardi, spesso ingiustamente trascurati dalla storiografia ufficiale. Ognuna di queste "società agro-pastorali comunitaristiche" custodiva tradizioni religiose, giuridiche e comportamentali che ne hanno plasmato l'identità nei secoli, pur nel loro variegato pluralismo, erano i veri custodi della "consuetut de la naciòn sardescha". L'aula della Curia si trasforma così in una sorta di passerella antropologica, dove gli abitanti dei villaggi sfilano con le loro virtù e le loro miserie, mostrandoci come affrontavano, giorno dopo giorno, i problemi esistenziali della loro epoca.

La convivenza tra le comunità locali e i funzionari baronali non fu mai pacifica, ma segnata da un costante braccio di ferro per la difesa o l'estensione dei privilegi feudali. Questo scontro latente raggiunse l'apice alla fine del Settecento, quando la Baronia fu investita in pieno dai fermenti rivoluzionari dell'isola. A nulla valse il fatto che nei villaggi fossero già attivi i Consigli Comunitativi (introdotti nel 1771) e, ancor prima, la figura del censore per l'agricoltura – il sindaco – istituita nel XVII secolo: nel 1795, l'esasperazione sociale sfociò nell'insurrezione aperta. 

Durante i celebri moti antifeudali della sarda rivoluzione, la popolazione si ribellò ai rappresentanti baronali, accusati di soffocare l'economia rurale con tributi agrari e tasse regie ormai insostenibili. La reazione di Casa Savoia, terrorizzata dal rischio che venisse messa in discussione la propria autorità regia, fu spietata. La rivolta si chiuse con una feroce repressione: i responsabili pagarono con la galera, il bando perpetuo o con supplizi esemplari, affrontando pubbliche esecuzioni per impiccagione (sas furcas) e squartamento.

Questo assetto rimase in vigore fino agli anni Trenta dell'Ottocento, quando le riforme sabaude e il piano di sottomissione dei diritti feudali, voluto da Carlo Alberto, avviarono lo smantellamento progressivo dei privilegi giurisdizionali. Il 21 maggio 1836, dopo ben quattro secoli, fu abolita la giurisdizione baronale: tramontava così il diritto dei feudatari di amministrare direttamente la giustizia, pilastro politico dell'antico regime. I vecchi villaggi si trasformarono in liberi Comuni del Regno di Sardegna, sebbene il loro definitivo riscatto finanziario gravò interamente sulle casse delle comunità locali. 

Il nuovo ordine giudiziario si riorganizzò attorno alle Giudicature mandamentali, istituite con regio editto il 27 luglio 1838. Tra queste, la Regia Pretura insediatasi a Ploaghe nel 1869 mantenne le sue funzioni per quasi un secolo, fino alla definitiva soppressione avvenuta nel 1963.

L'ultimo barone di Ploaghe fu don Ignazio Aymerich Ripoll, senatore del Regno Sardo e poi d'Italia. Il 10 luglio 1839 con il definitivo riscatto dei feudi di Laconi, Sanluri e Ploaghe, si chiuse un'era: un'operazione finanziaria valutata complessivamente 366.315 lire sarde, a fronte di una rendita annua di 18.315 lire sarde. 

Si ammainò così, dopo quattrocento anni, l'antico stendardo della Baronia e la sua sede fisica, il palazzo della Curia (Corte ' Palatu) a Ploaghe andò lentamente in rovina fino ad essere dimenticato (sopravvissero solo le carceri per un certo periodo) così come d'incanto tutti i personaggi che l'avevano animato nel corso dei secoli.


Don Ignazio Aymerich Ripoll ultimo barone di Ploaghe


Note

1. Uno dei pochi studi documentati sulla Baronia di Ploaghe, a cui ci si è ispirati e si sono tratte numerose notizie per questo articolo, è l'imprescindibile lavoro del ploaghese Gavino Spanedda, Giustiziae comunità nella Baronia di Ploaghe (1420-1839), Carlo Delfino Editore, Sassari, 1995. L'autore fu tra i primi a consultare i preziosi fascicoli del Fondo della Pretura di Ploaghe e a rendersi conto della loro importanza storico-sociale e per la comprensione giuridica del Diritto sardo antico.

2. Archivio di Stato di Sassari, fascicoli processuali della Baronia di Ploaghe poi Pretura di Ploaghe (soppressa nel 1963), Sezione antica - Parte I restaurata (1675-1918). Curia baronale (1675-1836) di cui: 1537 Atti civili (1675-1849), 2620 Atti penali (1766-1848). 

Altri fondi d'archivio sulla Baronia di Ploaghe sono quelli conservati presso l'Archivio Storico del Comune di Cagliari e presso l'Archivio di Stato di Cagliari e relativi all'Archivio e Fondo della famiglia Aymerich. Le carte testimoniano l'attività della famiglia nel territorio della Baronia comprendente le ville infeudate di Ploaghe, Codrongianos, Florinas e Cargeghe. La documentazione ricopre in modo discontinuo un arco di tempo compreso tra i secc. XVII e XIX (1629 - 1878). Scheda del SIUSA Sistema Informatico Unificato per le Soprintendenze Archivistiche

3.  «Serafino de Montanyans venne formalmente concesso il titolo di Barone sul feudo di Ploaghe e il privilegio della Generosità con Regio Diploma dell’1.9.1439. E’ la prima volta che in un documento Regio si fa una distinzione, in Sardegna, tra il titolo di Barone e quello di Signore, in quell’epoca e per molto tempo dopo ancora ritenuti titoli paritetici. Quasi una prelusione della scala araldica moderna. Di fatto, tale distinzione non sembra apparire più in documenti né dell’epoca, né posteriori.» Enrico Tola Grixoni: I feudi di Ploaghe e Cabu Abbas (Giave e Cossoine), Cargeghe e Codrongianus.

Il documento d'infeudazione del 16 novembre 1420, registrato presso la cancelleria reale con esattezza nel registro 2784, fogli 24-24v dell'Archivio della Corona d'Aragona (ACA).

4. Cargeghe (all'epoca: Cargegue) venne acquistata da Serafino de Montanyans (Montañans) l'8 gennaio 1442 per il prezzo di 1.200 ducati da don Raimondo Ruisech (Rivosecco) conosciuto come don Francesco Gilaberto Centelles. Atto stipulato dal notaio Bernardo Juan nella città di Alghero. Don Francesco dichiara di agire in qualità di erede universale del molto nobile don Raimondo Ruisech (Rivosecco), altrimenti conosciuto come Bernardo de Centelles, suo Padre. Copia settecentesca della vendita in: PARES - Portal de Archivos Espanoles.

5. I due baroni di tale famiglia, rispettivamente 6° e 7°, furono Gerolamo (Hieronimus) Folch de Cardona y Castelvì e il figlio Gioacchino Folch de Cardona y Alagon.  Del primo si conserva ancora murata in una parete della Cattedrale di Alghero la sua lastra tombale e della moglie donna Elena de Alagon (1568). Interessante notare che nell'epitaffio si ha una delle prime menzioni dello status di città attribuito a Ploaghe: «A. QVI. IAZEN. LOS. CVERPOS. DE. LOS. ILL. DON. HIERONIMO. DI. CARDONA. Y. CASTELVI. Y DONA. HELENA. CARDONA SV MUGER. SENORES DE. LA. CIVDAD DE. PLOAGHE… MURIERON… DE. VN. MESMO. ANNO. DE. M.D.L.XVIII». In: S’istoria de sa bidda de Piaghe di Elena CasuAnche nell'inedito testamento del barone don Hieronimo de Cardona y Castelvì (presente tra i documenti digitalizzati sul Portale PARES-Portal de Archivos Espanoles) si attribuisce a Ploaghe il medesimo status di città.

Lastra tombale nel duomo di Alghero